Vini veneti da ricordare
Una rapida occhiata ai vini veneti dimenticati.
La più antica Scuola di Viticoltura ed enologia si trova in Veneto, a Conegliano, un piccolo paese vicino a Treviso, istituita nel 1836. Ma la diffusione di buon vino apprezzabile da tutti i palati è fenomeno recente, infatti in epoche precedenti la maggior parte delle persone dovevano accontentarsi del vin picolo o graspia, che si otteneva aggiungendo un buon quantitativo di acqua alle vinacce dopo aver tolto il mosto. Il risultato era una specie di bibita vagamente acida, a bassissima gradazione, molto dissetante.
Luigi Motta alla fine dell’800 scrive: “l’ordinaria alimentazione dei villici è sempre quella della polenta e per companatico (misurato a briciole) uova, cacio, frutti, fagiuoli, lardo, salsicce e pesci secchi e salati. Nei tempi delle maggiori fatiche mangiano un po’ di pane di frumento e qualche minestra di pane e risetta. Dal settembre al maggio bevono e non sempre tutti, un po’ di vinello o meglio acqua tinta, e nei mesi successivi acqua, di rado corretta con qualche goccia di acquavite o aceto.”
In Veneto alcuni vini hanno lasciato un ricordo nella tradizione del bere: il fragolino e ancora di più il clinto hanno avuto una esistenza ufficiale piuttosto breve.
Introdotti alla fine dell’800 per sostituire i vitigni colpiti da alcune malattie infestanti sono stati dichiarati non consoni alla legge nel 1965 perché non provenienti da viti europee ma ibridazioni tra viti europee e americane, considerate potenzialmente tossiche. Nonostante i divieti il fragolino e il clinto con il loro gusto intenso e aromatico, incontrarono il consenso popolare e Giuseppe Mazzotti scrive che “lasciava traccia nelle tazze di terraglia, dove tradizionalmente si beveva” ed era “ di un rosso violaceo intenso e di un profumo quasi piccante”.
Un altro vino tradizionale nel Veneto era il vin santo realizzato con uve quasi esclusivamente bianche che venivano fatte appassire fino al mese di marzo, circa fino alla settimana santa, appunto, e poi passate alla torchiatura. Si imbottigliava e lo si faceva invecchiare il più possibile. Poi lo si beveva a piccole dosi come un liquore.
Luigi Alpago Novello riporta “detto vino riesce di sapori molto diversi fra loro. Il vecchio di 20-30 anni diventa spesso ed assume i caratteri di una conserva di frutta multisapora: il colore varia dal paglierino al rosso scuro. Così il rabosino, fatto coll’uva rabosa nera è di colore oscuro e si avvicina per sapore conserva di tamarindo. Di molto superiore e il vino Santo formato con le uve bianche, specie col prosecco. E prezioso come alimento nervino, eccitante, tonico e viene come tale usufruito da molti medici sicché molte spezierie ne sono provviste come qualsiasi altro farmaco”.
Per ultima ricordiamo la grappa alla quale sarà necessario un seguito dedicato esclusivamente a questo distillato di vinacce considerato come rimedio per ogni male, come ottimo antisettico, contro i vermi dei bambini e come sollievo dal freddo e dal raffreddore.
Cfr. Elisa Bellato, la cucina veneta popolare: alimenti e ambienti

