Il vino nell’uva
«Allora il diavolo tentatore si avvicinò e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio comanda a queste pietre di diventare pani”» (Mt 4,3).
La prima grande scena di seduzione della tradizione cristiana prende avvio dalla fame e ha per oggetto il pane. Anzi, proprio i pani, le pagnotte (ἄρτοι, artoi): qualcosa che normalmente richiede farina, acqua, lavoro e soprattutto tempo. Dopo quaranta giorni di digiuno, il demonio propone a Gesù di saltare tutto questo e ottenerli in un istante.
La tentazione, la vera seduzione, consiste proprio in questo: nell’evitare il cammino, l’attesa, la fatica.
Nell’Eden accade qualcosa di simile. Il serpente non seduce Eva con il frutto, ma con la promessa di diventare «come Dio» senza attraversare il cammino dell’obbedienza e della fiducia. Come il frutto nell’Eden, così il pane nel deserto è soltanto un mezzo. In entrambi i casi il tentatore promette la stessa cosa: la meta senza il viaggio, il risultato senza il tempo.
Ogni tentazione biblica è, in fondo, la seduzione della scorciatoia.
Se la seduzione consiste nell’abolire il tempo, allora forse non è casuale che il simbolo scelto dal tentatore sia proprio il pane che, con il vino, costituisce il cuore simbolico del cristianesimo. Entrambi nascono dall’attesa della fermentazione. E la fermentazione è uno strano paradosso biologico: l’uomo la prepara, ma non la compie. A compierla sono altri esseri viventi, una comunità invisibile di lieviti e batteri. L’uomo può soltanto creare le condizioni perché qualcosa accada. Poi deve attendere.
La fermentazione sembrerebbe dunque l’antitesi biologica della seduzione. Lo è, ma soltanto della cattiva seduzione, quella che vuole arrivare subito al risultato. Quella del serpente e del demonio, che promettono entrambi una scorciatoia. Perché la seduzione, quando riesce davvero, somiglia piuttosto a una fermentazione.
Sette secoli fa, il poeta mistico persiano Jalāl al-Dīn Rūmī aveva già accostato le due cose. Rūmī apre il Masnavi con il lamento del flauto di canna separato dal canneto. Il flauto soffre perché vuole tornare alla propria origine. E a un certo punto scrive che nel flauto arde il fuoco dell’amore e nel vino ribolle il suo fermento.
Il fermento dell’amore. Difficile dire meglio.
Perché fermentare significa precisamente questo: diventare altro senza che nessuno possa stabilire l’istante nel quale la trasformazione avviene. Si può guardare l’uva per ore e non la si vedrà diventare vino. Eppure, a un certo punto, vino sarà. Rūmī scrive anche che il saggio vede il vino nell’uva. Forse l’innamorato fa qualcosa di simile. Vede nell’altro quello che il tempo potrebbe rivelare. E aspetta. Poi accade l’imprevisto: mentre aspetta che l’altro cambi, cambia lui. La seduzione somiglia davvero alla fermentazione quando non è più possibile stabilire chi sia il soggetto e chi l’oggetto della trasformazione. Rūmī arriva a scrivere che non siamo noi a inebriarci del vino: è il vino che si inebria di noi.
Forse è questo che distingue la seduzione dall’amore.
Nella seduzione sappiamo ancora chi seduce chi.
Nell’amore, a un certo punto, non più.

