Il Galateo e gli orrori della tavola
Se dovessimo immaginare una tavola del Rinascimento, probabilmente penseremmo a nobili elegantemente vestiti, dame dai modi impeccabili e gentiluomini che conversano con raffinata compostezza. È l’immagine che ci hanno lasciato i dipinti, le cronache di corte e l’immaginario collettivo.
Poi, però, ci si imbatte nel Galatheo overo de’ costumi di Giovanni Della Casa e tutto cambia: questo trattato, scritto tra il 1551 e il 1555 e pubblicato per la prima volta postumo nel 1558 è ancora oggi il simbolo delle buone maniere italiane, ma racconta di un mondo, quello rinascimentale, che per noi risulta sorprendentemente maleducato.
Cercando di non cadere in un pericoloso circolo ermeneutico, è fondamentale una premessa: nessuno cerca di vietare ciò che nessuno fa; allo stesso modo, un autore non dedica interi capitoli a proibire comportamenti inesistenti. Se Giovanni Della Casa sente il bisogno di raccomandare di non compiere un determinato gesto, è perché quel gesto doveva essere abbastanza frequente da risultare fastidioso. Il Galatheo, letto in questa prospettiva, diventa una straordinaria finestra sulla vita quotidiana del Cinquecento, molto più sincera di tante cronache ufficiali (basti pensare al Messisbugo o allo Scappi, che nelle descrizioni dei loro banchetti non fanno mai cenno a tali comportamenti).
Scopriamo così che c’era chi andava in giro con il dentiscolpia (il moderno stuzzicadenti) appeso al collo, pronto all’uso per stridere i denti (a proposito si veda il Ritratto di Lucina Brembati di Lorenzo Lotto del 1518). Della Casa liquida la moda con una battuta memorabile: si domanda perché coloro che si preoccupano tanto dei “servigi della gola […] non portino altresì il cucchiaio legato al collo!”. Insomma, la previdenza prima di tutto!
Altrettanto diffusa doveva essere un’abitudine che ancora oggi capita di vedere, seppur più raramente: quella di aprire il fazzoletto subito dopo essersi soffiati il naso per controllarne il contenuto. L’autore prende bonariamente in giro questi curiosi, domandandosi “se perle o rubini dovessero esser discesi dal cielabro”.
L’ossessione per l’igiene emerge anche in un’altra osservazione apparentemente banale: se il pane arrostito o una pera cotta nel camino erano sporchi di cenere, molti risolvevano il problema con una vigorosa soffiata. Della Casa lo vieta categoricamente, ricordando un proverbio popolare: “mai vento non fu sanza acqua”. In altre parole, insieme al fiato escono inevitabilmente anche minuscole goccioline di saliva: è dunque sorprendente scoprire come un’intuizione che oggi definiremmo quasi microbiologica fosse già presente, almeno sul piano empirico, nel XVI secolo.
Lo stesso principio vale per chi prendeva il bicchiere di un altro per annusarne il vino o avvicinava il naso alle vivande prima che fossero servite: oggi siamo abituati a sommelier o chef che invitano esaminare gli aromi di un calice o di un piatto; nel Cinquecento, al contrario, infilare il naso nel vino o nel piatto era semplicemente un gesto disgustoso.
Non mancavano poi gli eterni annoiati: Della Casa racconta di persone che, nel mezzo di una conversazione, estraevano tranquillamente le forbicine per tagliarsi le unghie. Il messaggio era chiaro: la compagnia non meritava alcuna attenzione. Se il dialogo non interessava, tanto valeva dedicarsi alla manicure!
Se oggi qualcuno monopolizza la tavola raccontando il sogno fatto la notte precedente, sappia di avere una lunga tradizione alle spalle. Nel XVI secolo esistevano questi instancabili narratori e il Della Casa li sopporta a fatica, confessando che ascoltarli è “uno isfinimento di cuore”. Per certo, l’umanità, sotto certi aspetti, cambia molto meno di quanto immaginiamo.
Nemmeno il momento del pranzo era sempre così civile come siamo portati a credere: il Galatheo invita esplicitamente a non grattarsi (soprattutto “quelle parti del corpo che si cuoprono”) mentre si mangia e a evitare di sputare; se proprio non se ne può fare a meno, raccomanda almeno che “facciasi per acconcio modo”, cioè con discrezione.
Anche la conversazione doveva rispettare precise regole: Della Casa invita a parlare “come i gentiluomini”, evitando argomenti triviali, osceni o disgustosi. Non è soltanto una questione di distinzione sociale: per la cultura rinascimentale il linguaggio rifletteva direttamente la qualità morale della persona, per cui è bene che “non favellerai di materia né vile, né frivola, né sozza, né abominevole”.
Le descrizioni più vivaci, tuttavia, riguardano chi tossisce, starnutisce e sbadiglia senza alcun riguardo per gli altri. C’è chi tossisce con tale fragore da assordare l’intera compagnia, chi spruzza saliva sui commensali e chi, spalancando la bocca, “ragghia come un asino”.
Infine arriva un consiglio di cui dovremmo far tesoro ancora oggi: a tavola non si parla di ferite, malattie, pestilenze o morti. Il banchetto è il luogo della convivialità, della festa e della condivisione; trasformarlo nell’ambulatorio del medico di famiglia significa tradirne completamente lo spirito.
Alla fine, attraverso questi pochi esempi, ci si rende conto che il Galatheo è molto più di un semplice manuale di buone maniere: è uno straordinario documento di storia sociale. Attraverso ciò che proibisce ci permette di osservare, quasi di nascosto, la vita quotidiana degli italiani del Rinascimento, e forse è proprio questo il suo fascino più grande: dietro le eleganti sale affrescate e i sontuosi banchetti si nascondeva un’umanità sorprendentemente simile alla nostra, fatta di persone che starnutivano troppo forte, si grattavano a tavola, raccontavano sogni interminabili e controllavano con curiosità il proprio fazzoletto. Giovanni Della Casa ha sicuramente cercato di correggerli, non sappiamo con quali risultati, ma per nostra fortuna ci ha lasciato anche uno dei ritratti più divertenti e autentici dell’Italia del Cinquecento.
Per approfondire:
Della Casa G., Galateo overo de’ costumi, a cura di Emanuela Scarpa, Modena, Panini, 1990

