Vincenzo Corrado, il cuoco galante
Nel corso del Settecento, la Corte di Napoli si affermò come un centro di eccezionale magnificenza e raffinatezza in tutta Europa, rinomata per lo sfarzo delle sue celebrazioni, lo splendore delle sue architetture e la ricercatezza della vita di corte. L’ascesa al trono di Carlo III di Borbone (1734-1759), figura descritta dai contemporanei come il “buon re” o il “saggio fra gli sciocchi”, nonostante la sua predilezione per la caccia e una marcata religiosità, segnò un’epoca di profonde trasformazioni. La sua unione con Maria Amalia di Sassonia, alla quale rimase devotamente fedele anche dopo la sua morte, fu un catalizzatore per un’intensa attività edilizia e artistica che abbellì Napoli e l’intera Campania.
Tra le sue commissioni più significative si annoverano la Reggia di Caserta, opera monumentale affidata all’architetto Luigi Vanvitelli, concepita come omaggio alla sua consorte sassone. In un’ottica di sviluppo economico e artigianale, Carlo III promosse l’istituzione della Real Fabbrica di Porcellane di Capodimonte, che divenne presto un punto di riferimento per l’eccellenza nella produzione ceramica europea. La sua lungimiranza si estese anche alla sfera sociale, con la progettazione del Real Albergo dei Poveri, un’imponente struttura destinata all’accoglienza dei bisognosi, testimonianza del suo impegno per il benessere dei sudditi. La fama del sovrano fu ulteriormente consolidata da due iniziative di risonanza internazionale: la costruzione del Teatro San Carlo, uno dei più antichi e prestigiosi teatri d’opera d’Europa, e gli scavi archeologici di Ercolano e Pompei, che riportarono alla luce le città sepolte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., rivoluzionando la conoscenza del mondo antico.
La reputazione della corte borbonica era spesso eguagliata, e talvolta persino superata, dallo sfarzo del palazzo di Michele Imperiali, principe di Francavilla e marchese di Oria. La sua tavola era celebre per l’opulenza e la raffinatezza, e le sue feste e banchetti erano leggendari per il fasto, l’eleganza e la squisitezza delle pietanze. I viaggiatori stranieri, per i quali l’accoglienza presso il principe era quasi un rito obbligato, contribuirono a diffondere la sua già consolidata fama. Il maître de bouche di questo raffinato epicureo era Vincenzo Corrado.
Nato a Oria (BR) nel 1736, rimase presto orfano e fu accolto come paggio di Michele Imperiali che lo condusse a Napoli. Intrapresa la carriera ecclesiastica nella congregazione dei Celestini presso il convento di San Pietro a Maiella, ebbe l’opportunità di viaggiare in tutta Italia tra il 1758 e il 1760, ampliando così le sue conoscenze sulle diverse produzioni agricole e artigianali italiane, con particolare attenzione a quelle del Regno di Napoli. Ma non divenne mai sacerdote e a 38 anni decise di risiedere definitivamente a Napoli.
Fu proprio Michele Imperiali a incoraggiare Vincenzo Corrado a redigere il suo primo trattato di cucina. Il Cuoco Galante, pubblicato anonimo nel 1773 con una dedica al principe di Francavilla, divenne rapidamente un’opera di riferimento. Il termine “galante” nel linguaggio settecentesco non si riferiva solo alla cortesia, ma anche all’eleganza e al buon gusto, concetti che Corrado associava strettamente alla cultura e alla raffinatezza culinaria.

