La boschera, pochi ettari per una varietà autoctona a bacca bianca
Abbiamo incontrato Riccardo Fabbio, sommelier professionista e grande comunicatore di storie di vino, a una degustazione. Non serve nemmeno dire che siamo diventati amici e gli abbiamo chiesto di raccontarci la storia del vino che, grazie a lui, abbiamo imparato ad assaporare.
Cominciamo.
Boschera, una varietà autoctona a bacca bianca di cui sono rimasti pochi ettari in provincia di Treviso
Un tuffo nella storia delle colline trevigiane per parlare di Boschera, un vitigno a bacca bianca autoctono quasi sconosciuto, dato che ne sono rimasti circa cinque ettari vitati.
Scavando nella storia tramandata oralmente nella parte più alta della provincia di Treviso, si possono incontrare testimonianze di questa varietà a partire dal ‘600, ma la prima volta che è apparsa in un manuale scritto risale al 1870, precisamente nell’Ampelografia generale della provincia di Treviso. La sua area di coltivazione si estendeva tra i Colli di Conegliano, i Colli Asolani e nell’area di Vittorio Veneto.
È proprio in quest’ultima zona che si concentrò la sua produzione, pur non essendo mai così abbondante, diventando però un’uva fondamentale per il blend del Torchiato di Fregona, un vino dolce, ottenuto da uva appassita di cui la Boschera deve essere presente per almeno un quarto, assieme alla Glera, Verdiso e altre varietà a bacca bianca.
La storia della nascita di questo vino è un misto tra leggenda è realtà, poiché si narra che attorno al 1600, a causa di un’annata poco favorevole un contadino fu costretto vendemmiare anticipatamente e lasciare le uve in granaio con la speranza di farle maturare. Dimenticando i frutti fino alla successiva primavera trovò dei grappoli appassiti, che decise di vinificare ugualmente. Il risultato fu sorprendente, avendo ottenuto un nettare dolce, ma al contempo fresco ed aromatico.
Con il passare degli anni questa tecnica prese piede tra i contadini della zona, che nascondevano una parte delle uve, coltivate per lo più per i latifondisti, nei granai, fino a diventare un’usanza popolare del paese di Fregona, nella cui piazzetta resiste il vecchio torchio dove si riunivano gli abitati per torchiare le uve appassite.
Ancora oggi a Fregona, da San Marco (25 Aprile) al primo maggio si tiene la Mostra del Torchiato.
Da qualche anno troviamo un accentramento della produzione di questo vino, grazie alla formazione del Consorzio che raccoglie tutte le uve in un centro di appassimento, trasformazione e affinamento, così da avere un ambiente più controllato e regolamentato per la produzione del Piera Dolza.
Il nome Boschera proviene probabilmente dalla sua propensione a crescere e svilupparsi in zone collinari e nelle vicinanze ad aree boschive. La produzione di uve non è mai così abbondante, ma regala degli acini ricchi di acidità, che sono fondamentali per il bilanciamento del Torchiato.
Parlando di questa varietà da un punto di vista più tecnico possiamo identificarla con caratteristiche ben precise, le cui foglie sono grandi e voluminose, di forma pentagonale; i grappoli compatti e piramidali, mentre gli acini di media grandezza, con una buccia spessa, consistente e di colore verde-giallo.
Nei tempi più recenti, oltre al suo impiego nel blend di questo vino dolce, sono presenti alcuni produttori che vinificano queste uve con diverse interpretazioni, sia come vino bianco fermo, ma anche in versione rifermentato in bottiglia e in due casi come Spumante Metodo Classico, lasciando a riposare il vino in bottiglia diversi mesi prima del suo degorgement.
Piccolo glossario:
Blend: assemblaggio di vini diversi
Degorgement: sboccatura è l’azione di eliminare i lieviti sedimentati prodotti nel corso della rifermentazione dal vino (metodo classico e metodo champenois)

