Bollito di cuoco

Negli anni ’30 del Cinquecento le cucine della corte Tudor erano enormi. Per soddisfare l’appetito di Enrico VIII, della famiglia reale e del vasto entourage, si arrivava a produrre ottocento pasti al giorno. Ogni tipo di pesce e soprattutto ciò che all’epoca era ritenuto segno di ricchezza, cioè la carne. Manzo, vitello, agnello, capponi, pavoncelle, beccacce, starne e ancora oche, anatre, polli venivano instancabilmente lavorati dagli scalchi di corte per poi venire serviti assieme a litri di birra. Ci giunge notizia che, per iniziare una cena servita al re e ai suoi trenta ospiti, come antipasto furono ordinati: 800 uova, 90 piatti di burro, 50 pagnotte di pane di castagne, 300 cialde di marzapane, più 6 mele, 7 pere e 10 arance a persona. Com’è facilmente immaginabile Enrico VIII, che in gioventù mostrava un fisico atletico, divenne con l’età gravemente obeso, fino a pesare 180 chili e a soffrire di gotta e diabete.

Ma il re d’Inghilterra resta celebre soprattutto per la sua crudele ossessione nel dare la colpa alle mogli di non riuscire a dargli un erede maschio, una vita “sentimentale” che lo portò a ripudiare due mogli, decapitarne altre due, una morì di parto e soltanto l’ultima gli sopravvisse. Da qui il famoso detto inglese che così riassume una specie di filastrocca mnemonica da imparare a scuola per ricordare il destino delle sei mogli di re Enrico VIII: “Divorced, beheaded, died; divorced, beheaded, survived”.

Questa fissazione che l’accompagnò negli anni del regno, causò addirittura lo scisma con la Chiesa Cattolica Romana e lo portò a fondare la Chiesa Anglicana, tutto per poter annullare il suo primo matrimonio con Caterina d’Aragona per convolare, quindi, a nuove nozze con Anna Bolena (comunque poi giustiziata il 19 maggio 1536).

Ma torniamo all’argomento gastronomico.

Si diceva dell’enormità delle cucine del re, ma anche le cucine dei potenti e perfino degli importanti uomini della chiesa dell’epoca non dovevano essere tanto meno, per esempio a casa di John Fisher, il vescovo di Rochester, strenuo difensore della legittimità della prima unione del re e assolutamente contrario al suo divorzio. Questa coraggiosa opposizione portò poi anche lui alla decapitazione con l’accusa di lesa maestà. Ma nel frattempo a casa del vescovo lavorava tra gli altri un cuoco di nome Richard Roose. Questa è la sua terribile storia.

Nel clima già teso di cui si diceva, il povero cuoco Richard Roose divenne il capro espiatorio ideale per una falsificazione tipica dell’intrico politico. Accadde che durante una cena in casa del vescovo Fisher, due commensali morirono avvelenati (soltanto lo stesso vescovo si salvò perché non mangiò le stesse pietanze). Si gridò subito alla colpa del cuoco, così lui, molto probabilmente sotto tortura, ammise soltanto di aver aggiunto qualche lassativo ai piatti, ma unicamente per fare uno scherzo!

Ma nel frattempo a Londra si vociferava in maniera incalzante che la vera mandante del tentato avvelenamento del vescovo fosse Anna Bolena per tentare di togliere di mezzo colui che si opponeva all’annullamento del matrimonio tra il re e Caterina d’Aragona.

Per mettere a tacere le voci che circolavano anche a corte e dimostrare la propria imparzialità, Enrico VIII intervenne con quel piglio che gli era congeniale: emanò in gran velocità un decreto che puniva il veneficio con la bollitura a morte, senza nemmeno il bisogno di passare per un regolare processo.

All’alba del 15 aprile 1532 a Smithfield venne allestita una forca mobile, proprio in quell’area che 150 anni prima vide l’impiccagione dell’eroe scozzese William Wallace e poi fu sede di molte altre esecuzioni pubbliche. Lo stesso luogo che divenne poi un mercato, così ancora oggi lo Smithfield Market è un mercato di carne, l’ultimo di Londra, con specialità gastronomiche e tanti prodotti in vendita fin dalle prime ore del mattino.

Il cuoco fu legato e calato ripetutamente in un pentolone di acqua bollente di fronte a una folla morbosa, fino alla morte sopraggiunta per le terribili sofferenze. Proprio così il re riuscì a smarcare Anna Bolena (e anche sé stesso) dalle accuse di complicità nell’avvelenamento e contemporaneamente a lanciare un pesante monito a chiunque tentasse di tramare contro il suo regno (anche se, tragica ironia della sorte, soltanto tre anni dopo avrebbe fatto impiccare proprio il vescovo Fisher).

Una delle pene più spietate della storia britannica venne abolita nel 1547 e la bollitura a morte venne eseguita soltanto un’altra volta dopo quella del povero cuoco schiacciato da un potere infinitamente più grande di lui. Ci rimane il ricordo di una delle molte vittime di un sovrano che non fu certamente l’unico della storia a trasformare la giustizia in ferocia, la sofferenza in spettacolo.