I simboli del corteggiamento

Il corteggiamento è quel periodo che precede l’innamoramento, sospeso tra il desiderio e il timore di essere respinti, denso di passione e attrazione ma che non si è ancora trasformato in realtà tangibile.
Andrea Cappellano nel suo De Amore scrive “quando si rende pubblico un amore raramente dura” e per questo il corteggiamento, per essere sempre vivo, deve essere protratto nel tempo il più possibile.

Il termine deriva proprio da quell’amore cortese medievale che vedeva come fulcro di ogni desiderio la donna amata, un desiderio costantemente inappagato dove, tra ebrezza e tormento delle pene amorose, gli amanti avevano brevi incontri in segreto dove si intensificava la passione per la donna amata e la sofferenza per non poterla avere.

La comunicazione dei desideri o delle impossibilità del cuore passava attraverso un codice fatto di simboli, quasi un linguaggio celato, costruito per evitare qualsivoglia sorveglianza: sia fosse per controllare che una giovane già promessa non trovasse nuovi amori, sia fosse per evitare che una donna maritata incontrasse l’amante.

Alla fine del XVI secolo, a Ferrara, viene stampato un delizioso volumetto dal titolo “Il mostruosissimo mostro. Diviso in due trattati, nel primo de’ quali si ragiona del significato de’ colori, nel secondo si tratta dell’erbe e fiori” di Giovanni de’ Rinaldi dove i simboli di questo linguaggio amoroso vengono decodificati.

Qui scopriamo ad esempio che alcune erbe odorose, come la maggiorana o il rosmarino, se inviate all’amata indicano una forte passione.
Immaginiamo dunque che l’amata si veda recapitare queste erbe e che lei, in fondo, tutta questa passione non la senta, ecco che risponderà probabilmente con una bella foglia di zucca, se non con una zucca intera, che, ahimè, significherà: “ho fatto di bel principio, ma di brutto fine, quasi dica: a cadere va chi troppo in alto sale”, come dire, mi dispiace è stato bello ma non durerà.
Ma se invece l’amore è consensuale l’amata, vedendo quelle magnifiche erbe, risponderà con una succulenta mela cotogna che indica che la passione è ricambiata.

Il Rinaldi ci avverte che il problema si poneva quando gli amanti incorrevano in litigi, incomprensioni, schermaglie e dovevano esprimere i proprio sentimenti, ragione o disappunto, rabbia o perdono che si esplicitavano attraverso doni gastronomici persuasivi. E così poteva capitare che lui, per farsi perdonare, inviasse alla sua bella una lampreda confessando tutto il suo amore sincero: “Son tutto tuo”. Nel caso in cui lei avesse qualche dubbio su tutta quella improvvisa sincerità gli rispondeva con un grosso cedro che voleva dire “io cedrò e vedrammi vinta quando vedrò esser vero quello che tu dici”. Nel caso invece lei avesse perso la fiducia nell’amore del suo cavaliere rispondeva con una manciata di pistacchi il cui significato era presto decodificato “pista pure quanto vuoi che nulla fai”.

A questo punto il cavaliere, che non aveva intenzione di perdere la sua amata, le avrebbe inviato subito un fico quale simbolo di amore duraturo o un grappolo d’uva che simbolicamente significava “tu sei la mia vita, il mio cuore, il mio bene”.
Invece il cavaliere, spazientito da tutte queste manfrine, le avrebbe inviato una fragola dolce e succosa come rimprovero alla sua incostanza e ai suoi capricci.

E con le schermaglie amorose e i rispettivi doni simbolici si potrebbe proseguire all’infinito, però voglio siate guardinghi se riceverete in dono un bel melone fresco dalla vostra amata metà, perché probabilmente avrete fatto qualcosa di cui dovete farvi perdonare visto che il significato è chiaro come ci rammenta il Rinaldi “tu sei un grossolano, nulla intendi o mellone, onde il Boccaccio dilegiando uno dicea: il grande amore che io porto alla vostra qualitativa mellonaggine”.

Per chi volesse andare a sfogliarlo il manoscritto è online