Il taccuino di viaggio dei “secreti di cucina”

Quando i viaggiatori esploravano terre sconosciute in luoghi impraticabili o difficilmente raggiungibili, i loro resoconti erano ricchi di descrizioni di cose che mai avevano incontrato: territori, piante e manufatti, ma anche abitudini completamente diverse se non addirittura impensabili. Le grandi scoperte geografiche del XVI-XVII secolo avevano gli occhi dei mercanti che si avventuravano alla ricerca di nuove vie commerciali e, così facendo, riportavano quello che sperimentavano, riportavano quel senso di stupore e di meraviglia che provavano al contatto con nuove popolazioni, animali straordinari e cibi così particolari da scommetterci il carico della propria nave. Era facile trovare, in questi resoconti, descrizioni di intrugli che gli indigeni buttavano giù d’un fiato per darsi forza o di pappette corroboranti e scoprire che, una volta raggiunta l’Europa, la gente avrebbe adorato le nuove spezie chiamandole con nomi storpiati rispetto a quelli originali, come il cioccolato e il mais.

Nel XVIII secolo i resoconti di viaggio cambiano la loro prospettiva e diventano raccolte di appunti presi da studiosi interessati all’archeologia e alla natura che viaggiano soprattutto in Europa, annotando reperti storici o catalogando specie animali o vegetali per acquisire e ampliare la propria cultura e sete di conoscenza. Questa esperienza di viaggio andava sotto il nome di Grand Tour che prevedeva un giro attraverso l’Europa a tappe, tra le quali al primo posto c’era l’Italia, durante il quale i giovani virgulti delle casate aristocratiche europee avrebbero dovuto apprendere l’arte, la politica e la cultura dei paesi visitati.

Questo contenuto è riservato agli abbonati.

 

Se sei già iscritto accedi oppure abbonati!