La città dei morti

Denominata in Occidente più semplicemente “Città dei Morti”, al Qarafa o al Maqaber è il più antico cimitero musulmano situato nella parte vecchia de Il Cairo, in Egitto. Si sviluppa sulla sponda orientale del Nilo in una zona relativamente prossima al centro città e occupa circa 10 km.

Potremmo definire questo luogo una sorta di singolarità abitativa, poiché, ad oggi, circa un milione di persone di estrazione sociale medio-bassa, originariamente proveniente dalle campagne e qui inurbatosi, coabita con i propri morti sin dall’epoca di dominazione della dinastia sciita fatmida (X-XII sec.).

Nonostante la sua assoluta particolarità – la fase di inumazione è tuttora attiva all’interno dei suoi diciassette quartieri – al Qarafa, microcosmo piuttosto dinamico ed in continua evoluzione, si interconnette senza problemi con le peculiarità del tessuto metropolitano. Ciò è dovuto anche alla sua specifica collocazione non periferica e all’assenza di muri di recinzione che ne fanno un luogo per nulla riservato.

Organizzazione, conformazione e percezione dello spazio funebre, consuetudini tanatologiche e pratiche rituali collegate al cibo delineano il complesso sistema di relazioni tra i “due mondi”, lo spazio dei vivi e lo spazio dei morti.

L’howsh, una sorta di cortile funerario polifunzionale, rappresenta il punto di convergenza più evidente tra le due componenti. In questo specifico luogo le attività commerciali e produttive che scandiscono la frenesia giornaliera si alternano alle pratiche di cottura e consumazione del cibo. Il venerdì, giorno festivo settimanale, si svolgono le ziyarat al qubur, cioè le visite ai sepolcri dei parenti prossimi, durante le quali «l’anima del defunto si aggira nei pressi del loculo».

Nelle stanze attigue all’howsh, i residenti delle strutture abitative ed i proprietari della tomba – non è detto che tra loro ci sia alcun grado di parentela – consumano il pasto in comunione. I dimoranti sono quindi spesso socialmente subordinati ai possessori delle tombe con i quali stabiliscono contrattualmente alcune tipologie di servigi, come appunto la preparazione di vivande e tè.

Due modalità rituali piuttosto particolari sono esperite direttamente attorno e sullo spazio sepolcrale: sotto la kheima, ovvero la tenda delle condoglianze, vengono organizzati convivi in onore del defunto e recitati passi coranici, oppure vengono predisposte alcune offerte alimentari a persone emblematiche nel cimitero, come anziani e bambini. Analizzando minuziosamente la fase tripartita del rituale mortuario nella versione egiziana-musulmana, ci rendiamo conto dell’assoluta centralità simbolica assunta dal cibo. Durante la fase iniziale, la separazione, che può durare due o tre giorni, le vicine di casa o le strette parenti del defunto allestiscono l‘ash el mayt, un abbondante banchetto commemorativo costituito principalmente da piatti a base di carne.

In queste vivande centralissima è la presenza delle fave: la ful nābit viene realizzata con i germogli; la fulakhdar è confezionata con fave fresche; per il fulmadshūsh si adopera la polpa delle fave; una varietà più grande di fave è alla base del fulrūmī; e ancora il fulbalādī, con le fave selvatiche di taglia media. La smisuratezza delle vivande offerte deve essere di conforto ai condolenti, il cibo è quindi esso stesso emanatore di energia vitale in risposta al pericoloso evento luttuoso.

Nella seconda fase rituale di 40 giorni, durante la quale si prende piena contezza del lutto, e nella successiva, l’incorporazione, vengono distribuite offerte alimentari ai bisognosi del quartiere. Successivamente a questo periodo i familiari del defunto si recano direttamente sulla tomba e qui elargiscono del pane ai più poveri, l’aish. Nell’orizzonte culturale di chi vive in al Qarafa, il pane rappresenta un alimento di primaria rilevanza metaforica. Non per niente aish significa vita.

Ricollegandosi ai rituali agrari delle antiche civiltà cerealicole del luogo, il pane si ammanta quindi di un marcata valenza simbolica, rappresenta la rigenerazione della vita attraverso l’atto della condivisione col prossimo nel luogo dove riposa il defunto. La ritualità sepolcrale e le pratiche coeve relative al cibo nella Città dei Morti cairota rappresentano un unicum in tutto il mondo. Il cibo, da mera base di sostentamento all’interno di un contesto cittadino che certamente presenta gravi carenze alimentari strutturali, si fa qui codice culturale che delinea una via di comunicazione privilegiata tra mondo terreno e al di là.