La forchetta
Il suo nome affonda le radici nel latino “furca”, termine che indicava uno strumento dotato di manico e denti, o “rebbi”. Sebbene oggi siamo abituati a forchette con quattro rebbi, la loro forma ha subito evoluzioni nel tempo. Una delle prime descrizioni accurate si trova nel Vocabolario degli Accademici della Crusca del 1610, che la definisce un “piccolo strumento di ferro o d’argento, con due rebbj, col quale s’infilza la vivanda per non s’imbrattare le mani”. Tuttavia, la strada verso l’accettazione universale fu estremamente lunga e durò secoli.
Prima dell’avvento della forchetta, l’atto di mangiare era dominato dall’uso delle mani. Sulle tavole antiche non c’erano piatti individuali; le portate venivano disposte su spesse fette di pane che assorbivano i sughi e venivano poi utilizzate per preparare minestre per la servitù o date ai poveri. Era una pratica comune condividere taglieri, bicchieri e scodelle e le posate solitamente erano il cucchiaio, per sorbire le zuppe o le salse e il coltello, che molto spesso era personale, per tagliare le carni.
Sebbene forme primitive di forchettoni fossero usate nell’antica Grecia e Roma per fare porzioni o distribuire il cibo comune, non erano destinate all’uso personale dei commensali. Nelle case dei ricchi, servitori specializzati come i scissores (tagliatori di carne) e gli structores (dispensatori di vivande) sminuzzavano il cibo per facilitare ai commensali la presa con le mani. Il popolo, pur usando prevalentemente le mani, poteva talvolta aiutarsi con piccoli legni.
All’inizio del Trecento per i cibi particolarmente caldi, chi non voleva ricorrere alle dita poteva usare un “imbroccatoio”, una sorta di spiedo o punteruolo per infilzare i bocconi. Infatti un ricettario napoletano, il Liber de coquina, consigliava di prendere le lasagne “con un punteruolo di legno”. Anche Franco Sacchetti, nelle sue Trecentonovelle (circa 1393), menzionava l’uso di un punteruolo per i “maccheroni boglientissimi”.

