La scoperta della cioccolata

Sermoneta è un suggestivo borgo medievale circondato da oliveti, castagneti, aranci e faggi, racchiuso tra le colline laziali sulle quali svetta lo storico Castello Caetani. A pochi chilometri si trova Norma, il piccolo paese noto per aver aperto il primo Museo del cioccolato in Italia ed è dove abbiamo deciso di raggiungere l’ingegner Francesco Carletti, buongustaio e appassionato cultore della cioccolata, che ci ha contattato per raccontarci uno strano caso di omonimia.

Questo è il suo racconto:

Quando, nel 1528, Cortès tornò dalle Americhe vincitore sui territori aztechi, presentò al suo re Carlo V anche dei frutti scuri che gli autoctoni usavano come moneta di scambio per i loro commerci. Un frutto prezioso, dunque, che, se trattato in un certo modo, diventava puro nutrimento regale, riservato al re Montezuma e alla sua nobile corte tanto che, si racconta, il giorno delle proprie nozze il sovrano lo fece servire dentro zucche laccate munite di cannucce d’oro. Era un ottimo corroborante per superare la fatica, un ricostituente energetico che dava forza e vitalità, così sostanziosa che chi ne beveva una tazza avrebbe potuto “quantunque cammini, passarsene tutto il dì senza mangiare altro” come riporta una relazione di viaggio di uno degli uomini al seguito di Cortès.

Per tutto il Cinquecento i semi di cacao furono accolti con una certa diffidenza dagli Europei. Girolamo Benzoni nel 1543 nella sua Historia del Mondo Novo racconta che quando si trovò a viaggiare nelle Americhe non volle assaggiare quell’intruglio scuro che gli indigeni gli offrivano “pare beveraggio da porci che da huomini” scrive, ma “havendo mancamento di vini, ancor io per non bever sempre acqua, faceva come gli altri”. Il sapore era amaro ma garantiva una certa sazietà e conclude “la zucca piena di quel liquido pepato nutre e ristora”.

Il cacao si diffuse in Messico, già dominio spagnolo, dove si consumava con l’aggiunta di cannella o stecche di vaniglia adattandosi al gusto europeo e da là arrivò dritto in Europa, in Spagna e in Italia. Il suo consumo dilagò così velocemente che raggiunse anche gli ambienti ecclesiastici, il che diede luogo alla questione se il cioccolato si potesse bere durante il digiuno, momento di penitenza e di riflessione. Nel 1569 un’ordinanza di Papa Pio V stabilì che “liquidum non frangit dejunum”, ma quella bevanda così densa e vellutata si poteva definire “liquidum”? Fu una disputa che proseguì quasi un secolo fino a che il Cardinal Brancaccio, golosissimo di cioccolata, nel 1662 definì il cioccolato bevanda come l’acqua e il vino e quindi sicuramente ammessa in ogni occasione.

In tutti i casi, perdonate la divagazione, per tornare al mio caso di omonimia, la domanda è: ma come arrivò il cioccolato in Italia?

Verso la fine del Cinquecento il fiorentino Francesco Carletti, viaggiatore più per interessi mercantili che per altro, fu il primo a circumnavigare il globo senza una propria flotta. Viaggiò per quindici anni al seguito del padre mercante e descrive nei suoi Ragionamenti tutte le varietà di materie prime che incontrava e che, probabilmente, riteneva di possibile smercio.

Sul cacao racconta in modo esatto la sua lavorazione e la mistura che gli indios ricavavano dai semi abbrustoliti e pestati, sciolti in acqua. La bevanda veniva servita in “ciotole di frutte grosse” poi si mescolava il tutto con un “legnetto”, facendoselo rigirare tra i palmi delle mani fino ad ottenere una “spuma di color rosso” che “tracannano in un fiato con mirabile gusto”. Carletti sostiene che il cioccolato si possa bere anche durante la navigazione dove veniva posto in scatole amalgamato a delle spezie o solidificato in “pannellini che subito sciolti in acqua si disfanno”. Il liquido miracoloso infonde forza e nutrimento a tutti coloro che lo bevono. A questo punto sospetta sia una sostanza che in qualche modo crea una certa dipendenza tanto che precisa “che quelli che a berne son soliti, non si possono mantener robusti lasciandolo, benché pigliassero cose di maggior sostanza e pare loro venirsi meno come a quell’ora non hanno la detta bevanda… Ed io ciò provai mentre stetti nel Messico, perché beea il cioccolate e mi piaceva e mi giovava assai e quasi non mi pareva di poter stare un giorno senza pigliarne”.

Orbene, sembra sia stato proprio Francesco Carletti, quel mio omonimo illustre, a importare alcuni frutti della pianta del cacao e a commercializzarli, cambiando così la storia dell’alimentazione italiana. O così mi piace pensare…

Il racconto dell’ingegnere di Sermoneta finisce qui. Vorremmo aggiungere, per dare certezza alle sue parole, quelle di Francesco Redi, celebre erudita e scienziato toscano che scrisse nelle sue Annotazioni al Ditirambo: “Uno de’ primi, che portassero in Europa le notizie del cioccolatte, fu Francesco di Antonio Carletti Fiorentino”.

La storia della cioccolata proseguirà per almeno altri due secoli diventando la bevanda più sensuale d’Europa e berla ascoltandone gli aneddoti la renderà ancora più piacevole.