Una nuova B.IN.G a Doha
Nel 1992 venne inaugurata la biblioteca gastronomica B.IN.G. (Bibliothèque Internationale de Gastronomie) nella piccola cittadina elvetica di Sorengo, situata nel Canton Ticino a due km da Lugano. L’istituzione, fortemente voluta dall’imprenditore, immobiliarista e collezionista italo- svizzero Orazio Bagnasco, venne sostenuta da una apposita Fondazione omonima con sede in Liechtenstein. Un nutrito gruppo di studiosi e appassionati di cultura gastronomica e di testi antichi promosse la realizzazione di questo ambizioso progetto culturale, facilitando il precedente e decennale processo di acquisizione del materiale da parte di Bagnasco. Certamente al tempo questa biblioteca rappresentò un unicum nel suo genere, quando i polimorfi studi inerenti la storia della gastronomia si trovavano ancora in uno stato embrionale. Nei fondi della B.IN.G. erano presenti circa 4000 testi, in varie lingue, distribuiti nelle copiose collezioni tra manoscritti, incunaboli, cinquecentine e stampe moderne realizzati in un lasso di tempo intercorrente il XIII secolo ed il 1901.
L’amplissimo e variegato corpus comprendeva ricettari tout court, testi di dietetica, igiene, agronomia, agricoltura, galateo, storia degli alimenti, libri inerenti la rappresentazione di feste, banchetti, rituali e poesie sul tema del cibo. Centralità assoluta venne posta alle opere in latino e in italiano, tanto che nel 1994 venne pubblicato il voluminoso Catalogo del Fondo Italiano e Latino delle Opere di Gastronomia, secc. XIV-XIX, a cura di Orazio Bagnasco: 3 volumi, 2862 pagine, 2150 voci. I primi due volumi contenevano 2073 schede facsimilari per le opere a stampa e 77 per i manoscritti, quest’ultimi afferenti ad un lasso di tempo piuttosto ampio, da un Compendium Salerni della metà del XIV secolo proveniente dall’Ospedale di Santa Fina di San Gimignano (SI) per arrivare ad un set di 5 lettere di Pellegrino Artusi, databile fra il 1899 e il 1901; il terzo includeva gli indici e 15 grafici.
Istituzioni, Enti, giornalisti, studiosi e ricercatori provenienti da tutto il mondo cominciarono a prendere contatti con la biblioteca elvetica per specifici progetti di studio. Anche la neonata Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo avviò alcune collaborazioni con la Fondazione e certamente i testi custoditi nelle stanze della B.IN.G. stuzzicarono l’interesse dei molti che negli anni si recarono a Sorengo. Ecco alcune “chicche”: un pregevolissimo Tacuinum Sanitatis compilato nel Nord Italia risalente agli ultimi anni del XV secolo, con 391 miniature ed un erbario; la seconda versione manoscritta del Registrum coquine di Johannes Bockenheim; il Libreto de tute le cosse che se magnano di Michele Savonarola del 1450; Francesco Colle ed il suo Refugio de povero gentilhuomo del 1520, di cui rimando ad un mio contributo precedente; il pregevolissimo Anonimo Meridionale (adesso Anonimo Mediano). Alla collezione della biblioteca si aggiunsero negli anni anche diverse edizioni del fondamentale De honesta voluptate et valetudine di Bartolomeo Sacchi, detto Il Plàtina, l’umanista, gastronomo e primo direttore della Biblioteca apostolica vaticana che con la sua opera fece conoscere al mondo intero la figura di Maestro Martino (Martino de Rubeis). Qui spicca l’incunabolo del 1475 recante la celebre nota manoscritta che cita il patronimico Rubro comensi di Martino; presente anche un Bartolomeo Scappi molto simile alla stampa veneziana di Opera del 1570 pubblicata per i tipi di Michele Tramezzino. Non mancavano gli altri grandi protagonisti della gloriosa epopea gastronomica italiana: Messi Sbugo, Romoli, Cervio, Stefani, Corrado e Leonardi.
La Fondazione che sosteneva l’apertura e le attività culturali della biblioteca, gestita dalla vedova del defunto Orazio Bagnasco, fallì improvvisamente nel 2013 senza manifesti motivi, decretando quindi la sua chiusura con il forte rischio che il prezioso e cospicuo materiale lì custodito potesse disperdersi fra le decine di collezionisti privati. A questo punto, senza che la comunità scientifica internazionale ne fosse sostanzialmente a conoscenza, entrarono in gioco alcuni attori provenienti direttamente dall’altro capo del mondo che decretarono una nuova vita per la Bibliothèque Internationale de Gastronomie di Sorengo. Nel 2014 l’intera collezione venne acquistata e ricollocata presso la biblioteca qatariota del Museum of Islamic Art (MIA) di Doha. Un nuovo protagonista entra in campo negli ultimi anni e parla tutto italiano, è il progetto di ricerca interuniversitario PRIN 2017-2020 AtLiTeg che ha dato vita all’Atlante della lingua dei testi della cultura gastronomica italiana dall’età medievale all’Unità. Coordinatrice nazionale di questo complesso e variegato percorso di studi è stata la Professoressa Giovanna Frosini, Ordinaria di Storia della lingua italiana in UniStraSi, Accademica della Crusca e Presidente dell’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio di Certaldo (FI).
Lo studio della lingua del cibo nella trattatistica storica è un filone di ricerca per certi versi assolutamente inedito ed innovativo. I membri del gruppo di lavoro afferiscono a specifiche unità di ricerca che hanno coinvolto l’Università per Stranieri di Siena, l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, l’Università degli Studi di Cagliari e l’Università degli Studi di Salerno. Lo scopo del progetto è quello di ricostruire in prospettiva filologica, storico-linguistica, lessicologica e lessicografica la storia e la geografia dei testi e della lingua italiana del cibo. Da ciò sono nati il VoSLIG (lemmario e formario), acronimo per Vocabolario Storico della Lingua Italiana della Gastronomia, un Atlante interattivo inerente la georeferenziazione delle parole del cibo ed una trascrizione e revisione dei più significativi testi di cucina del periodo preso in esame con elenchi di ricette e menù.
Ma a questo punto, come è avvenuta la presa di coscienza della ricollocazione della B.IN.G. trasferitasi in Qatar anni prima, come si è mosso AtLiTeg?
A due specifici ricercatori era assegnata l’analisi dei testi più antichi, Simone Pregnolato e Francesca Cupelloni (di quest’ultima è appena stato pubblicato il prezioso contributo dal titolo La tradizione del Liber de coquina per i tipi di Leo S. Olschki). Ricordiamo in questa sede che nel periodo precedente alla stesura del Libro de arte coquinaria di Maestro Martino (sec. XV, ultimo quarto), prima firma della storia, la tradizione manoscritta dei ricettari tardo medievali si presentava tutta anonima e, semplificando, si suddivideva in due ben distinti centri di produzione e di diffusione con testi tra loro imparentati. Il primo faceva riferimento al Sud ed al periodo federiciano/angioino (Liber de coquina), l’altro al Centro Italia – area senese – con la filiera denominata Dodici Ghiotti (adesso Dodici Commensali) di cui lo stesso Pregnolato curò pochi anni fa un pregevole studio del ricettario capostipite, quello contenuto nel codice 1071 della Biblioteca Riccardiana di Firenze, conosciuto come Il Riccardiano.
A questo punto la storia prende una piega tutta particolare e, se volessimo giocare un poco, anche rocambolesca, tra false piste, ricerche a vuoto ed informazioni più specifiche. Proprio Simone Pregnolato, nel contesto dei suoi studi condotti in seno ad AtLiTeg in veste di assegnista di ricerca, si trovava sulle tracce di una copia cinquecentesca del Di buone et dilicate vivande e del Liber quoquine, entrambi afferenti alla tradizione testuale dei Dodici Commensali, testi che, anni prima, erano presenti nella biblioteca gastronomica elvetica della B.IN.G. Nel frattempo una geniale seppur generica indicazione è giunta a Pregnolato dalla Professoressa Antonella Campanini, storica della gastronomia e attuale direttrice del celebre Master in Storia e Cultura dell’Alimentazione ideato da Massimo Montanari presso l’Università felsinea. La studiosa ha consigliato di rivolgersi ad Oriente, le ricerche si sono così concentrate prima sulle istituzioni culturali degli Emirati Arabi Uniti e poi si sono trasferite nell’aprile del 2024 proprio in Qatar, a Doha, presso il Museum of Islamic Art. Lo studioso ha quindi rintracciato nella biblioteca del MIA i due manoscritti che cercava. A questo punto, come dei cerchi concentrici che si allargano nel mare dopo aver gettato un sasso, si è giunti al ritrovamento della nuova collocazione della B.IN.G.: lì è ospitata l’intera collezione di testi della gloriosa biblioteca elvetica di un tempo!
Nel momento in cui viene scritto questo articolo, il processo di catalogazione dei testi presenti al MIA è in fase avanzata, come ci suggerisce direttamente la Professoressa Giovanna Frosini. Al contempo i progetti di collaborazione scientifica tra AtLiTeg e il museo qatariota, seguiti ai contatti sempre più intensi intercorsi fra le due parti, sono in via di implementazione, anche in vista dell’Anno della Cultura Qatar-Italia del 2028. Poter accedere allo studio diretto di queste fonti testuali della cultura gastronomica faciliterà l’evolversi di nuovi percorsi di ricerca ad ampio raggio, dove afferiranno competenze inerenti i campi della codicologia, della paleografia, della linguistica e della filologia. La prospettiva a medio-lungo termine, rimarca Frosini, è anche quella di poter produrre delle pubblicazioni specifiche. Per tutti noi studiosi ed appassionati sarebbe auspicabile una futura digitalizzazione del materiale, dimodoché possa essere fruibile dall’intera collettività. Si rimanda alla prossima fondamentale pubblicazione di un articolo scientifico di Simone Pregnolato dal titolo Il cibo e gli Emiri (Notizia sulla B.IN.G. ritrovata in Qatar) che sarà ospitata tra pochi giorni sugli Studi linguistici italiani, 2025/2.
Il valore intrinseco di una biblioteca è inestimabile, umano e culturale al contempo. “Ho sempre immaginato il Paradiso come una sorta di biblioteca”, come non essere in accordo con Borges?

