Quel ghiottone di Giacomo Leopardi!

Ci hanno insegnato a scuola che il pensiero e la poetica di Giacomo Leopardi sono caratterizzati dal pessimismo. Il suo pensiero nasce dalle precarie condizioni fisiche e si amplifica con la visione romantica della morte. L’arte deve fare i conti con la realtà del dolore dell’individuo e la poesia deve riflettere sul male di vivere.

Ma, come spesso accade, la realtà è più articolata. Il poeta del Passero solitario e de L’infinito, in realtà era un convertito all’edonismo gastronomico!

Nei suoi scritti privati si dilunga in minuziose descrizioni degli ingredienti e dei procedimenti, con dettagli degni del più esigente e raffinato buongustaio: esistono lettere ai parenti e agli amici dove menziona la nostalgia di certi alimenti, specialmente i dolci come il “gelato di latte e di miele” che aveva assaggiato alle feste paesane.

C’è di più: nella Biblioteca Nazionale di Napoli, insieme ad altre carte autografe, è conservato un foglio su cui il nostro Giacomo, con scrittura elegante e precisa, stese una lista di quarantanove piatti realizzati nella città partenopea, dove il poeta era giunto nell’autunno del 1833 insieme all’amico Antonio Ranieri.

Tortellini, frittelle, gnocchi, bignè, patate al burro, carciofi fritti, paste frolle, polpette, fegatini e farinata di riso. Pietanze che avrebbe preparato con mano sicura Pasquale Ignarra, cuoco rivoluzionario, esule politico dopo la breve stagione della Repubblica Partenopea del 1799. Uno chef d’altri tempi che seguì il poeta alla “Villa delle Ginestre”, alle pendici del Vesuvio. Si dedicò al Poeta con grande sollecitudine, preparando cibi che erano il risultato di uno scambio intenso tra i due amici, tra riflessioni filosofiche e sapori della cucina locale.

Ecco che la magnifica scrittura che ci ha tramandato versi carichi di classicità e grondanti amarezza, enormi slanci morali, quel distacco dalla vita e per ciò che è materiale, qui sciorina un elenco di prelibatezze del tutto terrene. Pietanze che potrebbero forse riflettere una teoria del gusto e, anticipando Pellegrino Artusi, rispondere a esigenze sociali, rivelando così una precisa linea di percorso nella storia della cucina italiana.

Alla morte di Giacomo Leopardi nel 1837, i suoi scritti autografi rimasero in possesso dell’amico napoletano Antonio Ranieri che li custodì per oltre cinquant’anni, per poi disporre il passaggio per lascito testamentario alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Tra quei numerosi scritti, che sono in grado di documentare l’estesa parabola della scrittura leopardiana dagli anni giovanili agli ultimi del periodo napoletano, ecco spuntare quel sottile foglietto che racchiude la minuziosa lista scritta con inchiostro scuro a rivelarci non un mero elenco di ricette, ma un pezzo di storia della cucina italiana.