A pranzo con Madame Bovary
Torte nuziali e zuppa di cipolle
E chi non conosce Madame Bovary? Ve la ricordate? Potremmo riassumerla, in soldoni, così: una giovane donna ambiziosa costretta a vivere in un ambiente e in una situazione che non corrispondono a ciò che immaginava per sè. Incapace di rassegnarsi a una condizione che non è disposta mai ad accettare. Per farla ancora più breve potremmo dire che Madame Bovary segna il superamento dei modelli e degli ideali romantici e ne sottolinea gli aspetti più deleteri quali, ad esempio, la fantasticheria, il nascondersi nell’illusione disprezzando la realtà effettiva, rifuggendola.
Emma vive in una fattoria della provincia francese con il padre, uno degli agricoltori più facoltosi della zona e, fantasticando una vita da signora, sposa Charles Bovary il medico del paese. Fantasie disilluse prestissimo: la vita lenta e monotona della campagna e la mediocrità del marito porteranno Emma ad aggrovigliarsi in spirali illusorie date da ambizioni represse e mai raggiunte.
Ma quello che mi piacerebbe raccontarvi qui è come Flaubert crea la struttura della delusione di Emma, attraverso il cibo che determina, con evidenza, una certa aspettativa e diventa, in qualche modo, una metafora sociale.

Immaginate quindi Emma, bellissima, vestita a nozze che, già officiata la cerimonia, si dirige verso il banchetto in onore del suo matrimonio. Ha scelto lei l’abito … voleva fosse tutto perfetto: banchetto serale con torce e luci e musica e vino fresco servito dai camerieri… ah no… aspettate, sta camminando in mezzo ai sassolini, ai cardi e alle erbacce con il vestito, troppo lungo, che si impiglia ad ogni passo, è mezzogiorno e sulla tavola apparecchiata all’aperto i bicchieri sono già stati riempiti, con il vino fino all’orlo. Gli invitati indossano abiti “tirati fuori dall’armadio esclusivamente per le vere solennità”, fatti di stoffa pesante e scadente, e i guanti per nascondere mani callose e unghie consumate. Flaubert delinea un quadro dettagliato dell’evento che, agli occhi di Emma non può essere che sconfortante. Come deludenti sono le portate del banchetto: “C’erano, bene in mostra, quattro lombate di bue, sei fricassee di pollo, una quantità di umido di vitello, tre cosciotti di montone, e, proprio al centro, un bel maialino di latte arrostito, circondato da quattro sanguinacci all’acetosella.” e poi caraffe di acquavite e sidro per innaffiare le portate.
Un cibo privo di lazzi e raffinatezze che evidenzia, in tutta la sua grossolanità, l’estrazione sociale dei suoi commensali e che culmina con la presentazione della torta nuziale. La torta è pacchiana, fuori contesto, non all’altezza della raffinatezza della pasticceria propria degli ambienti a cui Emma aspira. “Alla base un quadrato di cartone turchino raffigurante un tempio, con portici, colonnati e statue di stucco tutt’intorno nelle loro nicchie costellate di astri di stagnola; al secondo piano una torre di savoiardi circondata da minute fortificazioni d’angelica, mandorle, uva passa, spicchi d’arancia; infine sulla sommità, verde prateria sparsa di rocce e laghetti di marmellata, di barchette di gusci di nocciole, si vedeva un amorino dondolarsi in un’altalena di cioccolata, dai sostegni infiorati di autentici boccioli di rosa”. Una preparazione lontana dalle prelibatezze dell’alta borghesia dove sicuramente l’impalcatura di cartone sarebbe stata un insulto per quei palati raffinati abituati a preparazioni interamente fatte di zucchero e marzapane all’uso di Marie-Antoine Careme, il celebre cuoco che fu al servizio di Tayllerand, di Giorgio IV e dello zar Alessandro e che, nel XIX secolo, dettò le basi di un nuovo stile di cucina.
L’insoddisfazione aleggia per tutto il romanzo, ma un piatto sicuramente avrebbe fatto felici noi: la zuppa di cipolla che prepara Nastasie, la domestica dei coniugi Bovary.
Fu così che il nostro quarto ghiotto, finito il breve aneddoto ordinò zuppa di cipolla per 12.
Riportiamo la ricetta tratta dal Cuoco Letterario ringraziandolo perchè era buonissima.
Per chi avesse voglia di rileggerlo: Madame Bovary, Newton Compton (o in edizione che preferite)

