Non si vive di solo vino
Procurare acqua potabile era un problema molto serio, che si protrasse per tutta la storia millenaria di Venezia. Come ebbe a scrivere Marin Sanudo (Venezia, 1466-1536) “Venezia è in acqua ma non ha acqua”. Proprio così, Venezia circondata dall’acqua, ma con un problema grosso da risolvere: l’acqua!
La si procurava dai pozzi di acqua piovana (già dai primi anni del Trecento in città erano almeno cento) e alle corporazioni che ne avessero costruiti, venivano elargite sovvenzioni dalla Serenissima, purché il loro uso fosse lasciato libero a tutti i veneziani.
I pozzi veneziani non erano artesiani, perché nel sottosuolo c’è solo acqua salmastra. Sarebbe più corretto quindi chiamarli pozzi cisterna, perché sono stati costruiti per raccogliere l’acqua piovana.
Nel 1502 si proibì “il pascolar porci nelle vicinanze dei pozzi” e si impose a “beccari, gallinari, erbaroli, pescatori et altri”, di “tener netti da qualunque immondizia” gli spazi nei campi in cui facevano mercato. Si praticava quindi una buca profonda circa quattro metri che veniva isolata con la creta, così da renderla impermeabile all’acqua salmastra. Veniva poi riempita di sabbia che serviva a filtrare l’acqua piovana che entrava attraverso pietre forate. Ancora oggi si possono vedere le “pilelle” attorno alla vera da pozzo in pietra d’Istria, spesso abbellita con decorazioni.
Per evitare sprechi, furono adottate rigide misure di vigilanza, venne affidato ai parroci l’incarico di aprirli per la distribuzione al suono della “campana dei pozzi”.
Ma ancora non bastava, così barche cariche di acqua dolce provenienti dalla terraferma, per alimentare i pozzi della città, sostavano in un rio cui diedero il nome, a Cannaregio nella zona dei Santi Apostoli: Rio dell’Acqua Dolce. Già nel 1425, con decreto del Senato, si era deciso di usare il fiume Brenta per prelevare l’acqua dolce per i veneziani in periodi di siccità.
Quindi molta acqua arrivava dalla Terra Ferma, trasportata dalle imbarcazioni, i “burci” (grandi barche a fondo piatto). A Dolo, località appunto sul fiume Brenta, si conserva tutt’ora un’iscrizione marmorea: HINC URBIS POTUS (di qui l’acqua potabile per la città).

L’acqua poteva essere venduta in piccole quantità, per le strade, dai “bigolanti”, al grido “acqua mo!”. Questi venditori ambulanti, quasi sempre donne, portavano l’acqua dolce direttamente alle case o ai negozi che ne facevano richiesta. Il loro nome deriva dal bastone (“bigolo”) che portavano sulle spalle con due secchi appesi.
Nel Settecento i “bigolanti” erano circa un centinaio e acquisivano il diritto di vendita con un contributo annuo di 20 soldi pagato agli “acquaroli”.
Tratto dal libro di Pierangelo Federici “Ombre rosse – Piccola storia del vino a Venezia”, La Toletta Edizioni.

