Ippocrasso, l’antenato del vin brulé
Le prime ricette per la preparazione dei vini stomachici, cioè benefici per le attività dello stomaco, si trovano nel trattato Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (23 – 79 d.C.), scrittore e naturalista romano che ci racconta dell’impiego di vari aromi quali additivi dei vini greci e latini. Il “mulsum” era una bevanda offerta all’inizio della cena nell’antica Roma, in concomitanza con gli antipasti detti “gustus“. Era ottenuta miscelando cinque parti di mosto d’uva a una parte di miele, lasciata a riposo per circa un mese e utilizzata anche come medicina per i dolori di stomaco se servita calda.
La leggenda narra che l’invenzione del vino “hypocras” risalga al V secolo a.C. e questa scoperta viene attribuita nientepopodimeno che al medico greco Ippocrate.
Le cose non stanno proprio così, dato che la prima citazione del prodotto “ippocrasso” (o forse più correttamente “ipocrasso” senza doppia) si ritrova nel XIV secolo, denominazione data probabilmente proprio per omaggiare le antiche pratiche mediche dello scienziato greco.
Comunque sia, questa è una antica bevanda a base di vino fermentato, aromatizzato con erbe (in particolare con l’Artemisia, cioè l’Assenzio) e addolcito con il miele, una ricetta ben conosciuta in tutta l’Europa medievale con il nome “piment” o anche “claret“.
Il “vino ippocratico” trova il suo pieno successo quando incontra le nuove spezie portate in occidente dai mercanti veneziani, ecco allora che si arricchisce col cardamomo, la cannella e i chiodi di garofano, qualche volta anche con rabarbaro o con mirra.
Molto prima che distillati come Cognac e Brandy prendessero il sopravvento, i vini ippocratici trionfavano sulle nobili tavole delle corti d’Europa, tanto che il Re Sole (Luigi XIV 1638 – 1715) ne fu grande estimatore, così ne tracannava in abbondanza nei suoi fine pasto e ci diverte pensare che si lasciasse andare ad alcoliche esternazioni passate alla storia, come ad esempio “L’État, c’est moi!” (Lo Stato sono io!).
Il vino speziato divenne molto comune nei secoli successivi e mantenne un certo successo cambiando nome, da “ippocrasso” a “vermouth” perché nella sua preparazione si utilizzava l’artemisia che in tedesco si chiama appunto “vermut”.
Tra i vini di questo tipo di più lunga tradizione arrivati ai nostri giorni dobbiamo citare la “retsina”, un vino da tavola di produzione greca stagionato in botti con l’aggiunta di resina. Nell’antichità le anfore venivano sigillate con la resina unicamente per la conservazione del vino, con l’andare del tempo venne aggiunta al vino stesso che divenne la bevanda più comune ad Atene.
In giro per l’Europa rimane invece un’altra bevanda che si origina dall’antica tradizione di “condire” il vino. I francesi lo chiamano “vin chaud” (vino caldo), nei paesi anglosassoni è il “mulled wine”, per i tedeschi “gluhwein”, nei paesi scandinavi “glögg”, infine da noi è il “vin brulé”.
L’antenato più antico del vin brulé risale all’antica Roma: ce ne parta Gavio Apicio nel suo De Re Coquinaria (l’arte culinaria), è il “conditum paradoxum”, ovvero il vino “condito mirabile”. Ed è proprio dall’evoluzione del conditum paradoxum e dell’ippocrasso che nasce il vin brulé, bevanda che viene oggi associata alle fredde giornate e alle festività del Nord.
Per scaldarvi in allegria, in un pentolino versate una bottiglia di vino rosso, aggiungendo un’arancia e un limone tagliati a fette con la buccia (meglio se biologici), gli spicchi di una mela e una piccola presa di noce moscata grattugiata, qualche chiodo di garofano, anice stellato e cannella, un paio di cucchiai di zucchero. Portate a bollore e lasciate cuocere per una decina di minuti.
Invece, per preparare una bevanda fresca e poco alcolica, facendo un figurone con gli amici, ecco la ricetta dell’ippocrasso.
Procuratevi un litro di vino rosso (meglio ancora rosè), 100 gr di miele (benissimo il millefiori), due stecche di cannella, un cucchiaio di zenzero, qualche chiodo di garofano e una punta di cucchiaino di noce moscata. Vi basterà pestare le spezie in un mortaio e aggiungerle al miele, quindi versare il vino e mescolare con cura. Lasciate riposare per un giorno, poi filtrate con una doppia garza per ottenere un liquido limpido da gustare fresco.
Pierangelo Federici, nostro caro amico Ghiotto, ha da poco pubblicato un divertente libretto sulla storia del vino a Venezia. Ve lo consigliamo: si legge in un sorso!
Pierangelo Federici, Ombre rosse. Piccola storia del vino a Venezia, illustrazioni di Pietro Ricca, La Toletta Edizioni, 2024, Venezia

