Il Gattopardo, la mensa aristocratica e il monsù
Tralascio trama e spoiler sul romanzo, perché sono certa che un’opera di questo calibro sia già stata letta o almeno vista nella sua versione cinematografica filmata dall’occhio scrupoloso di Luchino Visconti, o se non altro consumata a puntate nella più recente serie di Netflix.
Il Gattopardo è stato scritto da Giuseppe Tomasi, principe di Lampedusa e pubblicato postumo nel 1958, dopo varie traversie editoriali, e racconta la storia di un’importante famiglia aristocratica siciliana sullo sfondo degli epocali cambiamenti politici e sociali che intercorsero durante il Risorgimento. La Sicilia del 1860, con il crollo del Regno delle Due Sicilie e l’avvento dell’Unità di Italia, rappresentò quell’impetuoso crocevia di tensioni e trasformazioni che vide naufragare un assetto sociale consolidato con la fine della nobiltà terriera.
Don Fabrizio Corbera, principe di Salina è il protagonista del romanzo e impersonifica quell’aristocrazia siciliana ancorata alle antiche e immutate tradizioni secolari che nega e rifiuta con vigore il cambiamento già in atto imposto dalla borghesia, la nuova classe dirigente in ascesa, decisa a farsi strada ad ogni costo, arricchita con il lavoro e l’astuzia, quindi priva di quella patina di eleganza e di raffinatezza necessarie a renderla credibile a degli occhi aristocratici che dovranno arrendersi alla sua prepotente forza economica.
In questo contesto la gastronomia, intesa proprio come arte della cucina in quanto complesso sistema di regole che definiscono la preparazione dei cibi, non si limita ad essere un semplice contorno narrativo ma è un elemento centrale che descrive, attraverso le sue stupefacenti pietanze, il potere del mondo fastoso dell’aristocrazia siciliana del XIX secolo.
Quindi la cucina, il cibo, diventano un baluardo, un’ostentazione di un prestigio che vacilla, un’illusione di eternità di fronte all’inesorabile caduta.

