Charles Dickens, il Natale si fa con poco
Il canto di Natale di Charles Dickens (A Christmas Carol) è stato uno dei libri più letti della letteratura per l’infanzia. Testo dei buoni sentimenti, della carità cristiana e del vero spirito natalizio che infonde speranze nei cuori e che fa ravvedere i cattivi mettendo tutti in pace, nella gioia di una lieta conclusione. Un racconto che propone una riflessione sociale in cui in una Londra di metà Ottocento, solcata dalla piaga della miseria, per essere meno poveri è necessario occuparsi degli altri, prendersi la responsabilità di aiutare chi ha davvero bisogno, perché la miseria non è solo nelle tasche ma ancora di più nel valore di una comunità che non sa prendersi cura dei più fragili.
Nel III capitolo Charles Dickens mette in scena il pranzo di Natale che si svolge in casa del signor Cratchit, l’umile impiegato dell’arcigno signor Scrooge, in cui descrive come la classe meno abbiente dell’epoca vittoriana tentasse di consumare il rituale natalizio con i mezzi che aveva a disposizione, garantendosi una dignità. Nonostante i 15 scellini a settimana, paga non sufficiente a mantenere una famiglia con 7 figli, la moglie di Bob Cratchit ha sistemato il proprio abito liso, già “rivoltato due volte”, ornandolo di nastri “i quali costano poco e fanno una figura vistosa”, la figlia anch’essa “raggiante di nastri” ha messo sulla tavola la tovaglia e il figlio di mezzo, ostacolato dal collo della camicia troppo largo, perché ereditata dal padre, cerca di togliere dall’acqua le patate bollite. Sulla tavola è già pronta quella salsa di salvia e cipolle pronta per il condimento che fa danzare dalla gioia i due fratellini più piccoli, mentre tutti sono in attesa trepidante dell’arrosto. Un arrosto di oca.
Nel 1843, anno dell’uscita del racconto, la scelta della carne che si sarebbe dovuta mettere in tavola, era un indicatore di status inequivocabile. Mentre il tacchino (che Scrooge regalerà ai Cratchit solo dopo la propria conversione) era pietanza aristocratica e costosa, l’oca era il “tacchino dei poveri”, che non veniva cucinata in casa, infatti le abitazioni poverissime non avevano forni adeguati, ma solo fuochi aperti, quindi l’oca veniva portata al forno del panettiere locale, che per pochi centesimi affittava lo spazio nei forni spenti, ma ancora caldi durante il giorno di Natale: “Due Cratchit più piccini, maschio e femmina, irruppero dentro gridando che di fuori al forno aveano sentito l’odore dell’oca e che l’avevano riconosciuta per l’oca loro”.
L’oca dei Cratchit, “senza pari per succulenza e sapore”, era in realtà un acquisto strategico. Spesso queste oche venivano acquistate tramite i “Goose Clubs”, una sorta di micro-credito alimentare dove gli operai versavano pochi penny a settimana per garantirsi il volatile a dicembre. E quest’oca con salsina e contorno di patate fu l’unica pietanza del pranzo natalizio e fu sufficiente a soddisfare l’appetito.
Ma come ogni festa che si rispetti non poteva mancare di certo il dolce, il momento culminante del pasto. Il “bodino”, il plum pudding, era un’abitudine decisamente sporadica e compariva così di rado sulla tavola della famiglia Cratchit che una certa tensione cominciò ad aleggiare tra i commensali. Mentre la signora Cratchit si era avviata a prenderlo nella cucinetta, l’attesa cominciava a caricarsi di dubbi: e se non si fosse cotto bene? O, ancora peggio, si fosse bruciato? O si rompesse ne rivoltarlo nel piatto di portata? O se qualcuno lo avesse rubato, mentre nell’altra stanzetta si faceva festa con l’oca? Quel vago senso di colpa per non aver prestato sufficiente attenzione al dolce, per essersi lasciata andare alle gioie dell’arrosto, invase la signora Cratchit che riuscì a trovar pace solo dopo che trovò il “bodino” al suo posto, come doveva essere, e lo portò, fiera e orgogliosa, a tavola “simile a una palla di cannone chiazzata, liscia, compatta, ardendo in un quarto di quartuccio d’acquavite in fiamme, e con in cima bene infisso l’agrifoglio di Natale”.
Dopo aver mangiato questo lauto banchetto e aver rassettato la tavola, la famiglia Cratchit si riunì intorno al camino, con “mele e arance sulla tavola e una grossa castagnata sul fuoco” a celebrare il Natale con un brindisi bevuto in ciò che resta del servizio “buono” di cristallo, due bicchieri scompagnati e un vasetto sbeccato. “Un allegro Natale a tutti noi, cari miei. Dio ci benedica!” Ed eccolo il potere della condivisione dove Dickens trasforma la scarsità in abbondanza e ci ricorda che la vera ricetta del Natale non si misura in peso o in costo, ma nella capacità di trasformare il “poco” in “tutto”.

