Epifania: il berretto frigio dei Magi e la Marantega veneziana
Anni fa, un giorno al museo con mia figlia, guardando un quadro raffigurante un bel doge tutto impettito, mi dice: “papà, perché ha in testa il cappello dei Puffi?”.
Lì per lì mi sono mancate le parole, la situazione era oltremodo comica, però però… Sembra incredibile lo so, però tra il Corno Dogale e il cappello dei famosi cartoni animati, alla lontana il rapporto c’è!
Il copricapo distintivo del Doge della Serenissima, si ispirerebbe al berretto frigio indossato dai soldati bizantini. Per esempio, quel copricapo era lo stemma dei Tiepolo, non il grande pittore Giambattista e nemmeno i suoi figli Giandomenico e Lorenzo, ma la storica e nobile famiglia veneziana da cui uscirono importanti dogi (nel XIII secolo Jacopo Tiepolo, quarantatreesimo doge e il figlio Lorenzo quarantaseiesimo. Poi, cento anni dopo, dalla stessa nobile casata arrivava perfino Bajamonte Tiepolo, quello della famosa congiura… ma questa è un’altra storia).
Un berretto simbolo di potere e di libertà, ma andiamo per ordine.
Il cappello frigio è stato un indumento fondamentale durante il regno persiano, fin dal VI secolo a.C. Aveva quella particolare forma perché il berretto era composto da una pelle intera di capretto: le zampe posteriori erano legate al mento mentre quelle anteriori formavano la caratteristica punta.
Nell’arte del periodo ellenistico in Grecia, appare come indumento tipico di tutti gli orientali. Fa tutto il giro del Mediterraneo, inclusi i Re Magi come li troviamo effigiati in alcune raffigurazioni protocristiane, senza corona ma appunto con il berretto frigio. La parola stessa Magi era ben conosciuta nell’antichità, ne parla anche lo storico greco Erodoto, che li descrive come una tribù dei Medi, l’antico popolo stanziato a sud del mar Caspio. Quasi cinquecento anni prima che l’apostolo Matteo li descrivesse nel suo Vangelo, erano perciò conosciuti quali sacerdoti della religione mazdea (del Dio unico Ahura Mazda, poi riformato da Zarathustra) nonché saggi che coltivavano anche l’astronomia e, guarda caso, inseguivano una cometa. Saranno i Vangeli apocrifi e la fantasia dei popoli a dare linfa alle tradizioni che trasformarono nei secoli i tre saggi in personaggi regali, fornendoli di corona.
Più tardi, nella Roma Antica, quel copricapo veniva regalato dal padrone agli schiavi liberati, i “liberti”. Così assunse il suo valore simbolico di Libertà che attraversa i secoli e arriva alla fine del ‘700, alla Rivoluzione Francese. Sempre quel berretto, ben sistemato sulla testa della “Marianne”, è la rappresentazione allegorica della Repubblica francese.
E non finisce qui! Il nostro cappello frigio, appare durante le rivoluzioni anti-coloniali del Nord America e fa bella figura sulle bandiere degli stati del West Virginia e New Jersey. Ancora oggi è il copricapo nazionale dei catalani e, in America Latina, è rappresentato a vario titolo sugli stemmi di numerosi paesi, dall’Argentina alla Bolivia, dalla Colombia al Paraguay.
Finalmente eccoci ai Puffi e al vignettista belga Pierre Culliford “Peyo” che decide di far indossare il berretto frigio bianco e tutto quello che rappresenta ai suoi piccoli personaggi blu, a tutti tranne il Grande Puffo (che ce l’ha rosso come il doge) e l’infido Gargamella (che non ce l’ha proprio).
Ma te pensa… mia figlia aveva visto giusto, in fin dei conti i Dogi, i Re Magi e i Puffi hanno lo stesso cappello!
Intanto a Venezia…
El pan e vin
la Vècia su pa ‘l camìn
la magna i pomi còti
la me lassa i rosegòti.
Poenta e figadèi
par i nostri tosatèi.
El pan e vin
el paron sul caregon
el putin in te ‘l so letin
e viva, e viva el pan e vin!
In terraferma si bruciava la vecchia e con lei le miserie dell’inverno. Ancora oggi rimane la tradizione dei “pan e vin”.
A Venezia invece per l’Epifania era antica tradizione collocare sul palco di Campo San Luca, tra guardie armate, un fantoccio della “vècia”. Questa veniva processata, condannata, quindi segata in due e dalle metà uscivano dolci per i bambini.
Il “culto della Befana” è presente in varie parti del mondo: dall’Europa all’Africa settentrionale. Per noi Veneti, ma anche in Istria e Dalmazia, è la “Marantega” che rappresenta l’antico mito della Dea genitrice primordiale, signora della vita e della morte, della rigenerazione della natura: in questo periodo dell’anno porta speranza di belle novità per la nuova stagione. Il termine “Marantega” o “Marantica” (in Friuli “maràntule”) indicava originariamente una vecchia strega e l’etimologia del termine non è chiara. Secondo una diffusa interpretazione deriverebbe da “Mare Antiga” ossia Vecchia Madre, ma dal Nuovo Doria, vocabolario del dialetto storico triestino, la radice si potrebbe trovare nell’antico tedesco “mara”, ovvero incubo, mentre il dizionario etimologico Pinguentini riporta “mar” per strega e “ràntego” per colei che rantola.
Il rito del “Brusavecia” avrebbe comunque origini molto antiche che fanno riferimento ai fuochi solstiziali d’inverno delle civiltà celtiche, oppure ai riti propiziatori per la Dea Reitia, la Potnia Theron (in greco “Signora degli animali”) associata al potere sulla natura. Una divinità forse autoctona del Veneto, cui poi si sovrapposero influenze celtiche e la colonizzazione romana. Un archetipo della forza femminile primordiale, ritenuta dai Paleovaneti tutelatrice delle acque e del parto, delle piante e degli animali, un’icona già presente nell’arte minoica, micenea, della Grecia arcaica e poi, fondendosi con Diana, a Roma.
La calza appesa al camino, simbolo del punto di comunicazione tra cielo e terra, una volta era riempita di fichi secchi, castagne, patate, mele, noci, a ricordare le promesse della terra e da carbone, a memoria del passato. Nella notte del 5 gennaio (la vigilia dell’originaria data del solstizio d’inverno) i territori del triveneto e istriano erano illuminati e riscaldati dall’accensione di migliaia di falò “łe foghère”.
Un altro simile remotissimo culto, è il lancio di ruote di legno incendiate lungo i pendii dei monti. Si tratta del “rito della stella”, che anticamente rappresentava la corsa del sole nel cielo. Il 6 gennaio, infine, arriva la “Marantega” che nei territori di origine venetica viene anche ricordata con altri antichissimi nomi: la Beròła (o Veroła) delle lagune venete; la Ardojea del Bellunese; la Berta e la Gianpa, del Vicentino; la Redodexa, del corso della Piave; la Rodia dell’Istria.
La Pincia (o “Pinza de la Marantega”)
La vecia marantega va in cusina
tol el corteo e la massa el vedeo
tol el piron la sente che bon
la va in altana
la fila la lana
la fila la stopa
el diavolo la copa.
Usanza veneziana antica è quella di utilizzare gli avanzi delle feste natalizie (la polenta, il pane raffermo, la frutta secca, ammollati nel latte) per cucinare un dolce rustico dedicato al giorno della Befana (la “Marantega”, appunto).
Ecco la ricetta in chiave moderna.
Con mezzo chilo di farina da polenta e 200 gr. di farina tipo 00, mezzo litro abbondante di latte (se serve aggiungete acqua) e un pizzico di sale, cuocete una polenta morbida. Quando sarà pronta aggiungete mescolando bene, 150 gr. di zucchero, una presa di uva passa, una di semi di finocchio, una di pinoli e/o altra frutta secca, qualche fico secco e una mela tagliati a dadini, la scorza grattugiata di un limone, una/due noci morbide di burro, mezzo cucchiaino di lievito in polvere, una spruzzata di grappa.
Versate in una teglia imburrata, poi in forno a temperatura non troppo alta finché sulla superficie non si sarà formata la crosticina (un’ora circa). Servitela anche fredda con un buon vino da meditazione.
Testi tratti dal libro di Pierangelo Federici “Venezia, una storia commestibile” edito da Lunargento

