La grammatica commerciale dell’italianità
L’italiano è arrivato in America con le valigie dei migranti: tra ricette, parole e piccoli ristoranti di quartiere. Basta sfogliare un vecchio menu per capirlo: lettere un po’ storte, italiano e inglese che si toccano. Da codice comunitario, l’italiano del cibo diventa piano piano lingua pubblica: entrerà nei menu, nelle insegne, nella pubblicità. È l’inizio di una trasformazione che investirà sia il lessico che il mercato.
Grazie a questa trasformazione, la cucina italiana si radica nel tessuto urbano americano molto prima di altre tradizioni gastronomiche europee. Di conseguenza, quando il menu stampato comincia a diffondersi nelle città del Nord-Est, favorito dal progresso dell’industria tipografica, l’italiano vi compare non solo come “lingua del cibo”, ma come linguaggio identitario delle comunità migranti. È il punto di partenza di quella lunga evoluzione che porterà, nel corso del Novecento, alla nascita dell’italian sounding e all’invenzione dell’italiano gastronomico americano.
A differenza del modello europeo, il menu americano si distingue sin dall’inizio per un approccio più pratico: non emerge come simbolo di prestigio sociale o aristocratico, ma come uno strumento di comunicazione rivolto a un pubblico ampio e variegato. Anche il linguaggio grafico gioca un ruolo importante in quanto rende il menu più diretto e spettacolare: colori vivaci e illustrazioni accattivanti. Questa estetica, riflette l’indole americana fatta soprattutto di spettacolarizzazione.
Così, mentre in Europa il menu resta un simbolo di gusto raffinato, negli Stati Uniti diventa anche un veicolo di intrattenimento e di marketing, un souvenir capace di rappresentare un’esperienza e di raccontare un luogo.
Negli ultimi decenni, la diffusione internazionale della cucina italiana ha favorito la circolazione globale di numerosi italianismi gastronomici. Parole come pizza, espresso, spaghetti, mozzarella, tiramisù, panettone, bruschetta non sono più percepiti come forestierismi, ma come parole appartenenti a un vocabolario culinario mondiale, riconducibile al made in Italy. In molti casi, questi lessemi mantengono il loro significato originario; in altri, si adattano alle lingue di arrivo assumendo valori nuovi.
Da questa dinamica nascono forme ibride come veal bolognese, chicken parmigiana o fettuccini Alfredo: piatti percepiti come italiani pur non appartenendo alla tradizione gastronomica della penisola. Si tratta del fenomeno noto come Italian sounding, in cui la lingua, più ancora degli ingredienti, diventa il principale marcatore di autenticità.
Queste trasformazioni lessicali mostrano dunque come la lingua italiana, da codice identitario interno, sia divenuta a livello globale una risorsa soprattutto commerciale e simbolica.
In questo scenario globale, il menu diventa un luogo privilegiato in cui si costruisce l’identità gastronomica. È proprio in questo spazio di mediazione che il fenomeno dell’Italian sounding si consolida come vera e propria grammatica commerciale dell’Italian food negli Stati Uniti: un codice riconoscibile e riproducibile, capace di evocare l’italianità più che di documentarla (cfr. Frosini-Lubello 2023: 60-62).
Il linguaggio si intreccia con strategie promozionali: espressioni come: homestyle, authentic, chef’s special, oppure richiami all’immaginario familiare italiano come nonna e tradizione, costruiscono aspettativa e caratterizzano l’italianità.
Il nome del piatto diventa parte della brand identity: suffissi italianizzanti (-ini, -etti, -ella, -issimo) e composti ibridi (chicken parm, Tuscan chicken) creano familiarità fonica e memorizzazione. La stessa morfologia facilita la replica in menu diversi, preservando l’aria di famiglia del marchio (cfr. Heller 2011).
L’immagine, l’illustrazione o la foto, rappresenta una garanzia: porzioni generose, colori rosso pomodoro e verdi mediterranei rinforzano il carattere italiano. Nei format italiani o italianizzanti, palette tricolore, script calligrafici “trattoria”, tralci d’uva, vedute delle colline toscane o gondole veneziane operano come simboli di italianità.
È quindi tra standardizzazione commerciale e richiamo culturale che l’Italian sounding trova uno dei suoi habitat più stabili. L’italianità diventa un marchio indipendentemente dalla reale autenticità.
Se la cucina porta l’Italia nel mondo, la lingua la rende riconoscibile. È una grande opportunità, ma anche il terreno di possibili distorsioni quando la lingua è piegata a esigenze commerciali o turistiche. Sta qui l’equilibrio delicato che è importante evidenziare: aprirsi, ma responsabilizzando chi scrive, cucina, comunica. Il valore identitario dell’italiano va preservato e trasmesso con consapevolezza. È anche attraverso la lingua del cibo che si racconta la storia del nostro Paese, ma deve essere un luogo dove l’italiano si rinforza invece di sbiadirsi.
Per saperne di più
Frosini Giovanna, Lubello Sergio, L’italiano del cibo, Roma, Carocci, 2023
Heller Steven e John Mariani, Menu Design in America: A Visual and Culinary History of Graphic Styles and Design, 1850-1985, a cura di Jim Heimann. Köln, Taschen, 2011

