Il “menu”: storia linguistica e varianti italiane

Il termine menu nasce in Francia per indicare la lista delle vivande preparate in occasione dei banchetti, la minuta. La parola si diffonde in Europa in parallelo con il predominio culturale francese e con la codificazione della cucina classica, che trovò nei grandi cuochi come Auguste Escoffier (1846-1935) i suoi maestri e nella lingua francese il suo strumento espressivo più raffinato.

In Italia, l’adozione della parola menu segue un percorso un po’ più complesso, caratterizzato da una doppia valenza. Da un lato, si fa riferimento al prestito linguistico dal francese menu, termine che inizia a diffondersi nel corso del XIX secolo e al quale si pone particolare attenzione nell’uso e nella grafia, con o senza accento. Dall’altro, il menù assume una connotazione materiale specifica ossia quello stampato su cartoncino, che comincia a comparire tra il 1820 e il 1835, soprattutto nelle case regnanti e durante i banchetti di Stato. In precedenza, infatti, era pratica comune indicare l’elenco delle pietanze semplicemente con titoli generici come pranzo, desinare, merenda o cena, seguiti dalla data e dalla lista delle portate (cfr. Montanari 1999: 214-218).

Nel corso del Novecento, la questione si complica ulteriormente. Un documento particolarmente significativo, per comprendere questa transizione, è il menu di Corte di Vittorio Emanuele III, del 22 dicembre 1907, riprodotto di seguito. Da questa data il sovrano stabilì che le liste cibarie di Corte dovessero essere redatte in lingua nazionale, rappresentando un vero spartiacque, almeno per quanto riguarda i menu di Corte, tra la lingua francese e la lingua italiana nell’ambito dei menu.

Il primo menù di Casa Savoia stampato in lingua italiana del 22 dicembre 1907 (Parma, Biblioteca gastronomica Academia Barilla)

 

Il menu scritto in lingua francese, invece, continuerà a circolare in tutti gli altri luoghi: nelle case dei nobili o dei borghesi, a bordo delle navi e nei ristoranti. In questi ambienti, il francese rimarrà a lungo la lingua d’uso privilegiata, considerata ancora come il codice di raffinatezza e di prestigio sociale.

A partire dal 1° gennaio 1908, i menu della casa reale italiana vengono redatti esclusivamente in italiano, segnando una svolta significativa nel tentativo di italianizzare la terminologia culinaria ufficiale. Il termine menù stesso finisce così sotto scrutinio e viene messa in discussione la sua correttezza linguistica. Si cercano alternative nazionali come minuta, lista distinta o gastronota, riflettendo un dibattito più ampio riguardo alla preservazione e alla purificazione della lingua italiana da influssi stranieri, specialmente quelli francesi. Questo dibattito è emblematico degli anni Venti. Nel 1929, con la fondazione della neonata Accademia d’Italia, arriva un mandato esplicito: emendare la lingua italiana dagli stranierismi considerati superflui o inopportuni. La riforma della terminologia culinaria francese viene così affidata agli accademici, nell’intento di rafforzare l’unità e l’identità della lingua parlata e scritta nel Paese. Questo processo contribuisce a consolidare un lessico italiano più coerente, pur lasciando spazio a inevitabili compromessi tra tradizione e innovazione linguistica (cfr. Capatti 1998).

L’adattamento grafico menù, con accento, appare più tardi e riflette la tendenza a italianizzare la pronuncia. Da allora, le due forme convivono: menu come traccia dell’origine nobiliare e internazionale, menù come esito domestico e nazionale.

Questa oscillazione non è solo ortografica ma anche simbolica: il termine menu rappresenta il dialogo tra due culture, quella francese, aristocratica e universale, e quella italiana, borghese e identitaria. La sua permanenza nel lessico riflette l’equilibrio tra il desiderio di appartenenza al modello europeo e la ricerca di una lingua del cibo e del gusto che esprima la specificità italiana.

È per questo che la storia del menu non è soltanto la storia di una parola, ma di un prestigio linguistico. La lingua francese lascia un’impronta profonda sul lessico gastronomico italiano, influenzando non solo i nomi dei piatti come ad esempio aspic, vol-au-vent, mousse, charlotte, consommé, ma anche la forma stessa con cui si concepisce la scrittura della tavola.

Dalla charlotte al consommé fino alla carta “all’italiana”, il menu registra la traiettoria di una lingua che si emancipa. Oggi quella scelta di chiarezza resta il nostro tratto distintivo: il modo in cui l’Italia, a tavola, continua a parlare di sé.

 

Per approfondire

· Capatti-De Bernardi-Varni. 1998. Storia d’Italia. L’alimentazione. Volume tematico.

· Montanari, Massimo e Capatti Alberto. 1999. La cucina italiana.