Un banchetto quattrocentesco a Tortona

Soprattutto al volgere della seconda metà del Quattrocento, in un contesto geo-politico particolarmente complesso e frastagliato come quello italiano, il banchetto cortigiano assunse sempre più una valenza classista di rappresentazione sociale del potere. Potremmo affermare che il convivio nobiliare del tempo, marcatamente ideologico, rappresentasse, nei suoi multiformi aspetti, una sorta di assicurazione sulla vita per il signore di turno: sfarzo e magnificenza erano all’ordine del giorno e davano contezza della rispettabilità dell’anfitrione. Come non citare quella sorta di “banchetto nuziale fondativo”, di natura mitologico-astrologica, svoltosi nella fase di massima fioritura dell’Umanesimo e che spalancò la strada alla gloriosa epopea conviviale italiana del Cinquecento. Eravamo a Pesaro, nel maggio del 1475. Costanzo Sforza e Camilla d’Aragona vollero per sé un allestimento tutto particolare, imbastito nell’attuale Salone Metaurense di Palazzo Ducale, dove un cielo di panni turchini accoglieva i dodici segni zodiacali, i pianeti e le costellazioni, quest’ultime realizzate con specchi argentei. L’Urbinate Latino 899, custodito presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, ci testimonia uno sfarzo mai visto!

 

Pochi anni dopo l’umanista Giovanni Pontano, intellettuale di spicco operante presso la corte aragonese napoletana di Ferdinando Trastámara prima e attivo al seguito del principe ereditario Alfonso poi, ideatore dell’Accademia Pontoniana, nel suo trattato filosofico e morale De conviventia del 1498 – facente parte di una raccolta di 5 opere conosciuta con l’appellativo di Trattati delle virtù sociali – fu assai chiaro nell’andare a conferire al banchetto cortigiano del tempo una spiccata valenza politica e sociale. Il momento conviviale, quindi, non era più un mero atto gastronomico, ma bensì un mezzo attraverso il quale poter manifestare potenza, prestigio e ricchezza dell’anfitrione tramite l’alternarsi di momenti particolarmente topici, come le varie fasi spettacolari d’intrattenimento intercalanti i servizi. Il banchetto si collegava sovente a celebrazioni nuziali o, più in generale, a situazioni di marcato interesse dinastico. Esso assunse in questo modo, per dirlo alla Benporat, una chiara ed evidente natura ideologica, sulla quale si proiettava un orizzonte politico condiviso e ben definito. Ed è proprio a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento che fiorirono numerose testimonianze di natura letteraria e documentaria inerenti questi eventi, tra poemetti celebrativi, cronache, missive o capitoli specificamente dedicati nei trattati di cuochi e scalchi di corte (Felicani 2026).

 

In questa vastità di materiali risulta essere piuttosto interessante un documento ospitato nel codice H 55 sup. custodito presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana, il Nuptiae Mediolanensium Ducum sive Johannis Galeacij cum Isabella Aragona, Ferdinandi Neapolitanorum Regis nepte di Tristano Calco, bibliotecario e cancelliere alla corte milanese sforzesca dal 1496 sotto Il Moro. Qui l’autore descrive, in una prosa latina piuttosto pomposa e non lesinando particolari, il viaggio verso Milano di Isabella d’Aragona, figlia del re Alfonso II e di Ippolita Sforza, del suo seguito ed il celebre e sfarzoso banchetto nuziale, tenutosi a Tortona il 24 (25) gennaio 1489, allestito nel castello cittadino e offerto dal conte Bergonzio Botta, patrizio milanese, tesoriere del Ducato e personaggio di spicco soprattutto alla corte del Moro. Due fastosi cortei erano in procinto di unirsi. Isabella stava per l’appunto per raggiungere il suo sposo, il duca Gian Galeazzo Sforza, figlio di Galeazzo Maria Sforza e di Bona di Savoia, quest’ultimo proveniente dalla città lombarda. Il convivio celebrativo probabilmente fu curato da Leonardo negli allestimenti. Il duca, che all’epoca aveva 20 anni, incontrò finalmente per la prima volta la sua consorte a Tortona, più giovane di un anno e già sposata per procura nel dicembre del 1488 da suo fratello minore a Napoli, Hermes (Felicani 2024 e Passera 2020).

 

Poi c’è un altro straordinario documento, un breve poemetto che ci ragguaglia a proposito di quel mitico banchetto. Qui torna nuovamente alla ribalta la ex biblioteca gastronomica elvetica B.IN.G., allocata da anni presso il Museo di Arte Islamica di Doha di cui abbiamo tra l’altro già scritto ampiamente nel cookazine de I Dodici Ghiotti. Nel 1982, direttamente dalle viscere del mercato antiquario mondiale, Orazio Bagnasco, il collezionista della biblioteca di Sorengo, fa acquistare all’asta dal libraio antiquario Carlo Scipione Ferrero l’incunabolo Ordine de le imbandisone se hanno a dare a cena, attribuito da Ugo Rozzo a Baldassare Taccone, poeta ducale. Il piccolo volumetto di 8 carte è un testo poetico nel quale vengono presentate le numerose portate allestite durante il banchetto tortonese, ciascuna delle quali è introdotta in scena dalla voce di personaggi mitologici, in un continuo «susseguirsi di storie di metamorfosi di matrice ovidiana» (Felicani 2026). Portate, intermezzi musicali e teatrali si alternano senza soluzione di continuità, i tempi del banchetto sono quindi scanditi direttamente da coloro che impersonificano i vari miti. Sia il testo di Calco che quello del Taccone sono preziose testimonianze, poiché ci fanno comprendere quanto l’evento tortonese del Botta «si collochi tra le prime testimonianze della storia in fatto di rappresentazioni con intermezzi musicali, anche ballati e mimati». L’evento nuziale in questione, «rispetto ai convivi tradizionali […], si distingue per essere celebrazione di alto intrattenimento», dove cibo e rappresentazione mitologica sono mischiati con estremo rigore e sapienza (Pyle 1993a).

 

Lo sfarzoso banchetto tortonese fu fortemente voluto da Ludovico il Moro e forse dallo stesso specificamente progettato. La sua realizzazione rientrava ampiamente nella volontà di confermarsi sulla scena nazionale approfittando di un evento tutto particolare che sanciva un prolifico patto tra Sforza e Aragonesi. In più la scelta della città di Tortona non fu per nulla casuale ma marcatamente politica, poiché la località era una sorta di terra di mezzo del territorio ducale, primo approdo per chi qui giungeva da Genova. Il Calco, nel suo puntiglioso resoconto, dettaglia i vari momenti del banchetto e la complessità degli apparati scenici allestiti, unitamente alla disposizione delle varie stanze di palazzo Botta. Il susseguirsi fastoso del convivio nuziale fa direttamente pensare, secondo Rozzo, alla geniale mano di Leonardo. Un esempio su tutti ne è l’«ingegnioso machinamento» del Moro a cavallo che saluta la sposa: «[Leonardo] studiò e disegnò intelaiature di legno da ricoprire con fronde per farne archi trionfali ed è quasi certo che alcuni di tali studi e disegni siano da mettere in relazione con le feste di nozze di gennaio-febbraio 1489» (Rozzo 1989a). Nella sala che ospitò l’evento, ci informa il Calco, vennero allestiti tre palchi ricoperti con sete colorate per ognuno (bianco, rosso e verde) riportanti epigrammi in versi per i diversi principi. Qui furono collocate le tavole alte. Nella parte iniziale del momento conviviale avvenne la presentazione della tavola e del servizio delle dodici pietanze, quest’ultime introdotte da attori agghindati con vesti di personaggi mitologici. Ogni portata era inframezzata da musiche e balli che fungevano da stacco di scena ed introducevano altro, mentre i cibi più elaborati erano allocati in sala su carretti allegorici trainati da animali o da attori che li impersonificavano (Felicani 2024 e 2026).

 

Ritornando all’incunabolo del Taccone oggi custodito in Qatar presso il MIA, va sottolineato che il termine Ordine è da utilizzare nell’accezione quattrocentesca in relazione all’arte di far conviti e banchetti, inteso come apparato, il susseguirsi organizzato di portate e azioni sceniche. Come già sottolineato vi è una marcata relazione tra i personaggi/presentatori, la storia/mito e la tipologia di cibo offerto. Come in una sorta di processione, le portate vengono intervallate da siparietti mitologici teatrali in relazione alla pietanza servita, mentre i due intermezi gastronomici introducono una sorta di “pausa” nello sviluppo narrativo del convivio: «teste de vitelli cocti col corio», «lepore in galatina», rispettivamente situati dopo i versi recitati di Giasone (secondo presentatore) e dopo quelli di Atalanta (terza presentatrice). Ancora più significativi risultano essere gli undici momenti dedicati ai triumphi, collocati nella prima parte del banchetto-spettacolo e concepiti come elementi di presentazione dei personaggi mitologici con le rispettive vivande che entrano in sala su carri allegorici: «uno vitello inargentato […] pieno de ucelli vivi con duy vitelli cocti, pieni de pernice e fasani» (Mercurio), «uno Agnello dorato» (Giasone), «testa de porcho salvatico» (Atalanta), «uno cervo cotto» (Diana), «Pavoni dui che conducano uno carro» (Iris), «li ucelli» (Orfeo), «Porcho uno salvatico cotto in suo colore» (Greci), «Tartare portate in triumpho con le ceste apresentate da doi pastori in nome de Pan», «Vertunno e Pomona che presentano un cestolino pieno de fructi caduno di loro», «Lactimelle presentate da li cochi in triumpho in nome de Apitio», «Hebe vene in nome de Iove et apresenta l’ambrosia et nectare». Nella parte terminale del banchetto vengono proposte le vivande afferenti al «dì de magro», dove i presentatori, personificazioni di elementi naturali e di divinità, si limitano a illustrare ciò che viene offerto ai convitati (Felicani 2026).

 


Bibliografia:

– Felicani, E., (2024). Metamorfosi da desco. Primi sondaggi linguistici sull’Ordine de le imbandisone (1489). Italiano LinguaDue.

– Felicani, E., (2026). «Per noi a eternità drita è la strada». Studio storico-linguistico dell’Ordine de le imbandisone se hanno a dare a cena (1489). Milano: FrancoAngeli

– Spila, C., (2013).«Ordine de le imbandisone» (Tortona, 1489): apparati mitologici e risvolti simbolici di un banchetto nuziale alla corte degli Sforza in Le tavole di corte tra Cinquecento e Settecento, a cura di Andrea Merlotti. Roma: Bulzoni Editore

– Passera, C., (2020). «In questo picolo libretto». Descrizioni di feste e di spettacoli per le nozze dei signori italiani del Rinascimento. Firenze: Firenze University Press