Meloni, anguille e… Papi
Paolo II e i meloni
Pietro Barbo (211° papa col nome di Paolo II) nacque a Venezia nel 1417 da una benestante famiglia di commercianti. La sua elezione al soglio pontificio del 1464 avvenne con una votazione unanime e certamente non piovve dal nulla: per parte di madre Barbo era pronipote e nipote di altri due papi, Gregorio XII e Eugenio IV, rispettivamente 205° e 207° successori di Pietro. Fu proprio il futuro Eugenio IV (Gabriele Condulmer), allora ancora cardinale, ad avviare Pietro alla carriera ecclesiastica.

Il 26 luglio del 1471 Paolo II passò a miglior vita a causa di un colpo apoplettico generato, secondo le indagini mediche successive, da una eccessiva scorpacciata di meloni avvenuta la sera prima.
Dopo aver trascorso la giornata in concistoro il papa riuscì a consumare il pasto solamente molto tardi, verso le 22:00. Nicodemo da Pontremoli, in una lettera indirizzata al Duca di Milano, ci racconta che cenò voracemente con “tre poponi non molto grandi, di trista substantia, come si era assuefacto mangiare da alcuni mesi in qua”.
Una letale imprudenza alimentare, quella del pontefice, che in realtà si collegava, all’epoca, ad un generale atteggiamento di forte sospetto nei confronti del melone. Ragioni dietetiche! Nella corposa opera Vitae pontificum, l’umanista e gastronomo Bartolomeo Sacchi, primo “gubernator et custos” della Biblioteca apostolica vaticana nella seconda metà del Quattrocento, riporta che Paolo II:
“si dilettava moltissimo a mangiare meloni, e da ciò si crede che sia stata provocata l’apoplessia da cui fu strappato alla vita. Infatti la sera prima aveva mangiato due meloni, per giunta assai grandi”.
Che fossero stati due o tre meloni a causare la morte di Paolo II, in realtà da cosa derivava questa assoluta diffidenza nei confronti del melone? Secondo i dettami della dietetica ippocratico-galenica in voga allora, le eccessive freschezza e acquosità caratteristiche del frutto, come di molti altri, erano considerate assolutamente negative per la salute: una frigidità all’ennesima potenza che poteva compromettere il bilanciamento umorale facendolo pericolosamente sbilanciare verso la parte del “freddo”, una bomba per l’essenziale e vitale calore del corpo. I consigli dei medici erano lapalissiani: mangiare possibilmente poca frutta in generale (anche se, assieme ai volatili, consoni al desco signorile), semmai bilanciandola con l’accostamento ad alimenti “opposti” come il vino, considerato caldo, al fine di facilitare il “processo di cottura” nello stomaco. Il melone era il più pericoloso di tutti, poteva causare la morte!
Martino IV e le anguille
Pacatezza, morigeratezza e continenza, evidentemente, sono concetti alle volte estranei a coloro che dovrebbero per primi farli propri. Proprio loro, i papi!

Martino era conosciuto per la sua voracità, nutriva una viscerale attrazione per le anguille del Lago di Bolsena e per la Vernaccia di San Gimignano, e certamente la suggestività del paesaggio attorno a Montefiascone gli suscitava desideri incontenibili…
Dante, nel XXIV canto del Purgatorio, fu esplicito: “…e quella faccia di là da lui, più che l’altre trapunta ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: dal Torso fu, e purga per digiuno l’anguille di Bolsena e la vernaccia.”
Concordava Jacopo della Lana:
“Fu molto vizioso della gola e per le altre ghiottonerie nel mangiare ch’elli usava, faceva tòrre l’anguille dal Lago di Bolsena e quelle faceva annegare e morire nel vino della vernaccia”.
Successivamente Martino le faceva arrostire.
Martino morì a Perugia nell’85, dopo un modesto pontificato, sicuramente sovrappeso se non addirittura obeso. Una “storiella” lo vorrebbe passato a miglior vita proprio per una solenne indigestione del suo saporitissimo piatto. Una nomea, la sua, assieme a quella di tanti altri papi golosoni, rimarcata da diversi autori perché l’anguilla nel Medioevo, seppur presentissima tra i deschi signorili, con la sua forma di serpente, simbolo del peccato originale, poco si addiceva all’alimentazione di un papa. Una sfrenata preferenza alimentare diventava occasione di scandalo.
Insomma, che si tratti di un frigido melone, di una prelibata anguilla o di un’ottima Vernaccia, i piaceri del palato, alle volte tragicamente mortali, contagiano veramente tutti! Anche i papi!

