La panna montata di Strauss

Le prime note di Così parlò Zarathustra di Richard Strauss sono oggi ai più conosciute, anche a chi non è mai entrato in una sala da concerto, avendole sentite almeno una volta da quando Stanley Kubrick le lancia nell’universo aprendo il film 2001 Odissea nello spazio (1968). Un matrimonio tra immagine e suono che dimentica il ruolo di rilievo nella storia della musica tra fine Ottocento e prima metà del Novecento di un compositore e direttore tedesco dalle mille sfaccettature che non si accontenta di vivere di sola musica. Bambino prodigio, turista che finisce in tribunale per una canzone italiana, genio musicale con una passione per un gioco di carte, ma anche gourmet goloso di dolci tanto da scriverne un giocoso e gustoso balletto.

 

Gentile Maestro, lei ha vissuto tempi difficili e al tempo stesso delicati. Come questi hanno influito sulle sue composizioni musicali?

In un modo molto vario e mi limito a un solo esempio. Siamo nel primo dopoguerra e la Germania uscita sconfitta è in crisi economica, in una piena bancarotta con un’inflazione galoppante e in un fosco panorama politico internazionale. Una situazione che la gente, a tratti e quando e come può, cerca di dimenticare con una vita spensierata e allegra nei teatri. Questo mi spinge a creare il giocoso balletto Schlagobers (Panna Montata), un vero e proprio inno alla gola ambientato quasi interamente in una pasticceria viennese, che compongo nel 1922 ed è rappresentato per la prima volta all’Opera di Stato di Vienna nel 1924, anno nel quale festeggio il mio sessantesimo compleanno. Purtroppo il balletto, nonostante gli indubbi pregi della musica e la splendida produzione, forse per l’argomento gastronomico in un periodo di ristrettezze, non è ben accolto dal pubblico e da alcuni viene definito un fiasco.

Ma in cosa consiste questo balletto e come è articolato?

Il balletto si apre con un giovane ragazzo che, dopo aver fatto la prima comunione, mangia troppa panna montata ed è ricoverato in ospedale. Da quel momento, vittima di un sogno febbrile, la sua mente trasforma il mondo dolciario in un regno fantastico. I vari personaggi sono personificazioni di leccornie: tè, caffè e cacao, praline, biscotti, zollette di zucchero, fino a liquori e birra scura e tutto si svolge in due atti.

Atto I: Alcuni bambini festeggiano la loro Cresima in una pasticceria, ognuno ordina la propria coppa di cioccolata e panna montata. Un bambino, troppo goloso, ne mangia troppa e finisce per avere un forte mal di stomaco ed è portato dal medico, mentre gli altri sognano di essere nel regno incantato dei dolci.

Atto II: Nel regno magico i dolci prendono vita: il Principe Panna Montata (Prinz Schlagobers) guida la sua corte di marzapane e torte. Scoppia una ribellione capeggiata da Don Zucchero e dalla Cioccolata, che sono presto sedati dall’intervento eroico della Principessa Tè e dei suoi soldati di pastafrolla. Il balletto si conclude con un grande valzer celebrativo di riconciliazione e festa generale.

Non mi è difficile condividere il suo pensiero che l’argomento di grande festa di dolci possa aver influito sulla mancata accettazione del balletto da parte del pubblico. Ma quale sono le sue preferenze gastronomiche?

Le mie preferenze gastronomiche e le relazioni che ho con la cucina sono legate alle mie abitudini bavaresi che mi portano ad amare la cucina casalinga e tradizionale, consumando pasti semplici ma con grande soddisfazione, apprezzando in particolare i tagli di carne con il bordo di grasso e disprezzando i lunghi e pomposi banchetti formali. Questo in una ferrea routine di una vita domestica rigidamente organizzata da mia moglie Paulina de Anha figlia di un generale dell’esercito, che un’ora prima di pranzo e cena mi strappa dal lavoro per una passeggiata all’aria aperta e mi impone il riposino pomeridiano. Un’alimentazione che non mi impedisce, anzi mi spinge a inserire brevi e leggeri episodi di gastronomia in altre mie produzioni musicali. Nella mia opera Intermezzo (1924) per esempio inserisco un ironico alterco domestico tra marito e moglie ambientato nella sala da pranzo e nella suite de Il borghese gentiluomo (1919) il secondo atto include un brano divenuto famoso intitolato Le dîner, musica del pranzo e danza dei garzoni di cucina.

Gentile Maestro, nel ringraziare per questa breve intervista, le chiedo quale può essere il rapporto tra cucina e musica in questi tempi moderni?

Domanda alla quale è molto difficile se non quasi impossibile rispondere, considerando la continua e rapida evoluzione che in questi tempi hanno la cucina e la musica. Molto hanno in comune musica e cucina: tempo e ritmo di esecuzione e consumo, armonia di suoni e sapori, improvvisazione ed entrambe nutrono l’una l’anima e l’altra il corpo. Per questo cuochi e compositori dicono che cucinare è comporre e lo sparito musicale è come una ricetta di cucina, dove vi è tutto meno l’essenziale: l’interpretazione. Pensando soltanto alla buona cucina e alla buona musica, anche queste di non facile determinazione, ritengo che si mantiene un tradizionale rapporto non paritario. Con questo intendo che una buona cucina, un buon pranzo o cena, come un antico banchetto ben si accompagnano a una buona musica e all’opposto una buona musica può contenere menzioni, tracce o cenni di cucina e un buon concerto od opera teatrale invogliano a una buona cena.