La Salute, la peste e la castradina
Tra sacro e profano, la città di Venezia torna in questi giorni a celebrare l’annuale festa della Madonna della Salute, con il tradizionale pellegrinaggio votivo e con l’atteso mercatino tradizionale di banchi che propongono le candele e, per la felicità dei bambini, frittelle, frutta candita, dolciumi, caldarroste, palloncini e giochi.
Libera nos domine
Nel 1630 il morbo si abbatte nuovamente su Venezia, la stessa sciagura del Settentrione italiano raccontata da Manzoni nel suo capolavoro I Promessi Sposi. Ma fin dal Medioevo la peste terrorizzava l’Europa e, nemmeno cinquant’anni prima, la pandemia aveva già quasi dimezzato la popolazione della città lagunare.
Il doge fa allora voto di erigere una chiesa intitolata alla Salute, ordina così al grande architetto Baldassare Longhena che quella basilica debba apparire “in forma di corona per esser dedicata a essa Vergine”. Cominciò allora una vasta bonifica del suolo e, per le fondamenta, un gran numero di pali vennero conficcati nel terreno: una stima attendibile di 16 pali per metro quadrato fa salire il numero a 100.000 tronchi di olmo: un bosco a testa in giù, una foresta piantata a mano.
Un mastodontico ex voto alla Madonna per la liberazione dalla peste, espressione massima dell’architettura barocca veneziana, un capolavoro assoluto. Basilica di Santa Maria della Salute, per noi tutti, credenti o laici, semplicemente “La Salute”.
Da più di tre secoli i pellegrini che giungono alla Basilica della Salute venerano l’immagine della Madonna posta al centro dell’altare maggiore. Quell’icona conquista per il suo volto ombrato e dolce che come Madre accoglie i figli alla sua presenza.

Giunta dall’isola di Candia il 26 febbraio 1670 portata dal doge Morosini, veniva chiamata anche Mesopanditissa che significa “mediatrice di pace” e così il 21 novembre dello stesso anno venne collocata dove ancora si trova oggi.
Così ricorda l’iscrizione incisa nel tondo al centro della Basilica: “Unde origo inde salus” da Maria nacque Venezia, da Maria venne la salvezza.
Da oltre trecento anni i veneziani attraversano il ponte votivo costruito su barche, sempre puntuali il 21 novembre in pellegrinaggio verso la chiesa della Salute, per rendere omaggio alla Madonna e accendere un cero per la loro salute.
De obligo su le tole, sia dei povareti che dei siori, nobili o mercanti. (M.Salvadori de Zuliani)
La “castradina” è il piatto della tradizione veneziana che si prepara da tempo immemore per il giorno della festa della Madonna della Salute.
I veneziani la conoscono sicuramente già dal 1173: infatti nel calmiere del doge Sebastiano Ziani è menzionata la sicce vero carnis de Romania et de Sclavinia ad indicare la provenienza dall’Albania, dalla Bosnia e dalla Sclavonia.
La Riva degli Schiavoni era la porta d’ingresso alla città, era proprio qui lo scalo delle navi mercantili che giungevano da ogni dove, in particolare dall’oriente. Un andirivieni incessante di uomini e merci, un groviglio di lingue, abitudini e abiti diversi che scaricavano prodotti, soprattutto alimentari oltre a ovini e bovini vivi.
Gli animali arrivavano soprattutto dai Balcani e più precisamente dalla fascia costiera della Dalmazia e più giù fino all’Albania. Quell’area geografica veniva indicata come Sclavonia: ecco perché quella Riva si chiama “degli Schiavoni”.
Tra le merci primeggiava la carne di montone castrato, che era stata messa sotto sale e affumicata: la “Castradina Sciavona”, proprio quel tipico piatto che si consuma ancora oggi in occasione della Festa della Salute. Un cibo antico, una gustosa zuppa di cosciotto di montone con l’aggiunta di foglie di verza.
L’oca ai padovani, precoce ai trevigiani, castradina ai veneziani!
Il 21 di novembre, festa grande: ancora, come un tempo, il castrato unisce poveri e ricchi in nome della “uguaglianza della tavola”.
Ce lo racconta Domenico Varagnolo (1882-1949), poeta vernacolare, che descrive così questo giorno di festa:
LA MADONA DE LA SALUTE
Obligo no ghe n’è, ma stamatina,
sia pur piova, caligo o bavesela,
ogni zente cristiana e cristianina,
in ciesa vol andar e proprio in quela!
I passa el ponte, i crompa la candela,
el santo, el zaletin, la coronçina,
e verso mezodì l’usanza bela
vol che i vada a magnar la castradina.
El bacaro xe pien; e la parona
che, drio del banco, conta le… valute
la ghe dise al marìo che… no ragiona:
“Sarà quel che ti vol, ma la Salute
(pol scondarse qualunque altra Madona)
come festa, per mi, va sora tute!”
Ricettina: Castradina sciavona co’ le verze sofegae
Procurati la carne (le macellerie, i “becheri” a Venezia, da qualche anno, hanno ricominciato a venderla), mettila in acqua bollente e lascia che si raffreddi, quindi cambia l’acqua e falla nuovamente bollire e poi raffreddare. Continua così per 4/5 volte (ci vorrà un giorno intero, ma è indispensabile per togliere il forte sapore dell’affumicatura, la salatura e per far “rinvenire” la carne). A questo punto falla sobbollire per un paio d’ore in un brodo di cipolla, sedano, carota, alloro e bacche di ginepro. Lascia raffreddare e togli con cura tutto il grasso rappreso in superficie. Rimetti la pentola sul fuoco aggiungendo abbondante cavolo verzotto tagliato à la julienne, cuoci senza fretta, fino a quando le verze saranno ben cotte e la carne tenera.

