Oltre l’UNESCO: una riflessione storico alimentare e un buon proposito per il 2026
Ci siamo, alla fine di quest’anno l’UNESCO ha riconosciuto la Cucina Italiana “tra sostenibilità e diversità bioculturale” patrimonio Culturale Immateriale dell’umanità. Com’era prevedibile, la notizia ha scatenato una classica bagarre all’italiana (tipicissima anch’essa, perlomeno quando si parla di cibo) all’interno della quale era difficile sia parlare che ascoltare. Ora però, agli sgoccioli del mese di dicembre, è doveroso fare alcune riflessioni, o buoni propositi per l’anno venturo, anche se probabilmente lontani da quello che ci si aspetterebbe su questo tema. Infatti, come vedremo, sfioreremo solo marginalmente il tema dell’UNESCO per concentrarci su una questione legata ad esso, ma più viva e centrale, oggi e negli anni a venire.
Partiamo da una considerazione. La materia che indaga i fenomeni storici legati al cibo, al nutrirsi e alle culture alimentari, si chiama “Storia dell’alimentazione”: non “Storia della cucina”, non “Storia delle ricette”, né tantomeno “Storia della gastronomia”. Queste ultime sono branche specifiche, periferiche diramazioni di un campo di studio infinitamente più vasto. Eppure, è solo attorno ad esse che ruota inamovibile ogni singolo dibattito a cui assistiamo (molte volte forzatamente) e in cui si fronteggiano due opposti schieramenti: quello dei “tradizionalisti” e quelli che potremmo definire “detrattori”.
In altre parole, si assiste a una continua “riduzione” delle potenzialità della Storia dell’Alimentazione a questi due soli temi, che diventano i principali punti di attrito su cui si scatenano le più agguerrite schermaglie, anche quando, come nel caso del riconoscimento UNESCO, le ricette e la cucina (in senso assoluto) non siano affatto centrali. D’altronde, come ha ricordato lo stesso Massimo Montanari in un’intervista a La Cucina Italiana, non sono stati candidati né i prodotti, né le ricette, ma “il sentimento della cucina che accomuna tutti gli italiani”, il quotidiano, la socialità, nonché un’idea di cucina aperta, plurale, che si è sviluppata attraverso l’incontro e il dialogo tra diverse culture.
Dietro a questa “riduzione” ai minimi termini credo si possa intravedere almeno un duplice obiettivo o, per i meno maliziosi, due dirette conseguenze che vale la pena mettere in luce. Prima di tutto, il tentativo di appiattire la storia alimentare, negandone la sua sistematicità, ovvero il suo essere un insieme di relazioni materiali e culturali interconnesse (i modi in cui il cibo veniva e viene prodotto, distribuito, consumato, vissuto e percepito) che va ben oltre il piatto.
In secondo luogo, classificare l’alimentazione come argomento neutrale: quante volte si è sentito dire, in un dibattito sul cibo, che è fuori luogo qualsivoglia discorso politico? Eppure, meglio chiarirlo subito, l’alimentazione è sempre “politica”, è sempre “schierata”: cosa o come mangiare sono scelte che sono state centrali nella storia umana, e sono mutevoli a seconda dei diversi contesti materiali, sociali, economici e politici: elementi tutt’altro che neutri.
Questo appiattimento e questa pretesa di neutralità ha un effetto diretto sul modo in cui si sviluppa il dibattito attorno al cibo in Italia e, si badi bene, non solamente tra i propugnatori della “tradizione”, come forse si tende troppo facilmente a pensare, ma anche tra coloro che cercano di “demolirla”, più che “decostruirla”.
Infatti, l’ossessione per la tradizione alimentare, e l’ossessione per sottolineare la sua invenzione, si trovano, almeno nel contesto italiano, troppe volte sullo stesso piano.
Nel primo caso vi è il tentativo di sfilacciare la matassa della storia trovando un unico fil rouge che colleghi, in maniera lineare, semplice e ovvia, il passato col presente. Il prodotto alimentare, gli usi e i costumi, o sono “superstiti” di un passato spesso ingentilito e mitizzato, o sono dei loro naturali discendenti, che vanno preservati. L’errore è duplice: da una parte si considera la cultura alimentare odierna come una “evoluzione” naturale rispetto agli usi del passato, senza tenere conto che il gusto e le modalità con cui ci si approccia al cibo e si fa esperienza di esso sono state e sono tutt’ora influenzate e plasmate dalla politica, dall’economia, dalla classe, dalla società. Dall’altra si vuole “musealizzare’”un cibo, una tradizione, negandole la libertà di poter cambiare (come ha sempre fatto) in maniera non lineare né ordinata, e sempre influenzata dai contesti e dai rapporti socioeconomici e politici.
Nel secondo caso si parte da un errore di fondo simile: anziché recuperare il complesso ordito della matassa storico alimentare e renderla accessibile a tutte e a tutti con lo scopo di creare consapevolezza, si prende il sottile fil rouge della “narrazione tradizionalista” e si procede solo a scandagliarlo in ogni sua molecola, rilevando (sorpresa delle sorprese), che presenta diversi errori. Questo approccio, dunque, non ridà volume ai complessi rapporti di forze che hanno modellato la storia e la cultura alimentare, né rimette al centro la sua fondamentale sistematicità: cerca di confutare una narrazione appiattita, attraverso una contro-narrazione altrettanto appiattita.
Per di più, il fine di “sbugiardare” la tradizione e fare luce su ogni “invenzione” (quindi tutto, considerando che nessun deus ex machina è venuto a spiegarci come mangiare) viene raggiunto affrontando le narrazioni ‘tradizionaliste’ in maniera indistinta, senza separare ciò che nasce dall’alto – come uso politico e ideologico della tradizione da parte delle classi dirigenti – dalle miriadi di narrazioni che provengono dal basso, dalle classi subalterne, e che fanno riferimento a pratiche e saperi popolari tutt’altro che immutabili, ma storicamente situati.
Non la definirei una strategia vincente. Al contrario, queste operazioni risultano spesso avvolte da una coltre di profondo classismo, che finisce per tacciare gli strati delle classi popolari come “creduloni”, invece di decostruire le narrazioni dominanti e mostrare come certe correnti ideologiche stiano sfruttando ed espropriando saperi, affetti legati al cibo e credenze popolari per scopi politici del tutto contrari a quella stessa cultura aperta, plurale e inclusiva che l’UNESCO vorrebbe tutelare.
In questa cornice, il riconoscimento UNESCO ci offre una nuova chiave di lettura e un nuovo modo di pensare alla storia del cibo e alla sua narrazione, che vada oltre ad analizzare ciò che mangiamo (più o meno idealisticamente): è l’occasione per riflettere sul fatto che quel senso di comunità e quel piacere nello stare a tavola, ora patrimonio dell’umanità, è sempre più raro e difficile da sperimentare, perché siamo ogni giorno più alienati nelle nostre vite dal lavoro e dal consumo, e perché moltissimi di noi non possono nemmeno materialmente permettersi di vivere in serenità il “sentimento” di vicinanza, affetto, collettività che alla Cucina Italiana è stato riconosciuto a livello mondiale. Su questo piano dobbiamo spostare il nostro sguardo, questi temi devono affiancare la ricerca storico alimentare, specialmente nella divulgazione: poi, quando veramente tutte e tutti, indiscriminatamente, potranno godere della Cucina Italiana e di tutto ciò che culturalmente e immaterialmente porta con sé, potremo dibattere su quanto una ricetta sia tradizionale, inventata, recente o antica.
Per citare un bellissimo editoriale comparso il 15 maggio del 1919 ne l’Ordine Nuovo, rivista fondata da Antonio Gramsci: “al banchetto della vita diremo che non bisogna ingozzarsi né fare indigestioni; ma prima bisogna togliersi l’appetito. Dopo si discuterà”
Buon anno, alla salute e buon appetito.

