Una risata vi seppellirà
L’incontro gastronomico di marzo si è svolto nella meravigliosa sala dell’Hotel Monaco sul Canal Grande dove Pierangelo Federici ci ha esposto la sua Breve intromissione nell’insopportabile mondo degli chef che vanno di gran moda.
“La volaglia spennata si abbrustia, non si sboglienta, ma la longia di bue piccata di trifola cesellata e di giambone si ruola a forma di valigia in una braciera con butirro. Umiditela soventemente con grassa e sgorgate e imbianchite due animelle e fatene una farcia da chenelle grosse un turacciolo, da bordare la longia. Cotta che sia, giusta di sale, verniciatela con salsa di tomatiche ridotta spessa da velare e fate per guarnitura una macedonia di mellonetti e zuccotti e servite in terrina ben caldo”.
Olindo Guerrini, sul finire del 1800 in una lettera a Pellegrino Artusi (gastronomo al quale non mancava certo il senso dell’ironia, dato che la pubblicò nella quarta edizione del suo La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene).
Riuscirà l’ironia a salvarci dal linguaggio basato sull’esagerazione, dalla rarità di improbabili ingredienti e dall’inutile complessità delle preparazioni?
Sopporteremo ancora a lungo la parola “chef” al posto di “cuoco”, la caricatura televisiva di un lavoro vero e duro, la notorietà regalata a macchiette al servizio del marketing online?
Ci salveremo da quelli che parlano di chilometro zero tenendo in mano una stecca di vaniglia del Madagascar, insegnano a giovani tatuati come si utilizza il mangostano del Borneo, inquinano il mondo per importare manzo Kobe a 500 euro al chilo?
Speriamo di sì!
In fin dei conti, è dal primo secolo dopo Cristo che, con la cena di Trimalcione nel suo Satyricon, Petronio sberleffa quell’insopportabile rapporto col cibo.
Anche Svetonio, storico e biografo romano dell’età imperiale, ci racconta di Vitellio insaziabile monarca che inventava inverosimili pietanze nouvelle cuisine decisamente ante litteram:
“… fece mescolare fegati di scari (pesce pappagallo), cervelli di fagiani e pavoni, lingue di fenicotteri, latte di murene, che i suoi comandanti di flotta e le sue triremi erano andati a cercargli dal paese dei Parti fino allo stretto Ispanico”.
Nella prima metà del Cinquecento sarà la volta di François Rabelais a ironizzare pesantemente tra fame ed eccessi culinari con i suoi romanzi La vie de Gargantua et de Pantagruel e poi, via via, fino ad arrivare allo smodato (ma divertentissimo, perché probabile parodia involontaria) “Roti à l’Impératrice”, uno spiedo che Alberto Cougnet ci racconta come “splendida invenzione dell’età napoleonica”:
“Prendi un’oliva matura di Spagna, delle più grosse e carnose, toglile il nocciuolo ed al suo posto ponvi una mezza acciuga salata. Introducila dentro un beccafico grasso di Provenza; questo beccafico introducilo dentro un tordo, il tordo dentro una quaglia, la quaglia dentro una pernice, la pernice dentro un fagiano, il fagiano dentro una tacchina, e la tacchina, guarnita di tartufi del Perigord, dentro un porcellino di latte”.
Cosa mi fa sbellicare dal ridere? Dice Cougnet che il boccone più prelibato di questa ricetta è… l’oliva che sta dentro questa indigeribile matrioska! Perché “ha assorbito la quintessenza dei migliori succhi del succulento involucro”.
Come scrive Filippo Tommaso Marinetti nel suo La cucina futurista, fin dall’inizio del movimento nel 1909 l’importanza dell’alimentazione agitò i futuristi e “subitamente l’urgenza di una soluzione s’impose”. Un primo tentativo rivoluzionario venne fatto a Trieste nel 1910, in una cena dove i piatti presero stravaganti denominazioni e vennero serviti al contrario (si cominciò dal caffè e per chiudere arrivò l’aperitivo). Ma non poteva di certo bastare. Così, il 15 novembre 1930, il ristorante milanese Penna d’oca offrì un banchetto con pietanza dai nomi e dai sapori decisamente innovativi: Gelato nella Luna, Lacrime del dio “Gavi”, Favorito del mediterraneo zig, zug, zag, Schiuma esilarante Cinzano. Soprattutto il “Brodo alle rose” incantò i palati futuristi di Marinetti, Prampolini, Depero, Escodamè e Gerbino. “La pastasciutta, per quanto gradita al palato, è una vivanda passatista perché appesantisce, abbruttisce, illude sulla sua capacità nutritiva, rende scettici, lenti, pessimisti”.
Ecco fatto, la cucina futurista è nata! Allora via col “Carneplastico” (una grande polpetta cilindrica di carne ripiena di svariate qualità di verdure), il “Porcoeccitato” (un salame affogato al caffè caldo) o i “Garofani allo spiedo” (rosolati nel rosolio), oppure “Traidue” (praticamente due fette di pane imbottite, perché guai a dire la parola straniera “sandwich”).
Tutte ricette contenute ne La cucina futurista di Marinetti e Fillìa del 1932, scritti che avevano contenuti di interesse letterario, grande creatività gastronomica e la forza delle parodie, a differenza dell’arrogante spocchia degli influencer del cibo e dei personaggi della cucina in formato televisivo.
Chiudo con una ricetta di Pierre Dac col marcato sapore dell’umorismo yiddish (all’anagrafe André Isaac 1893 – 1975, attore francese di origine ebraica):
Carlotta alle mele
Prendere due chilogrammi di mele (preferibilmente renette del Canada), allinearle in un recipiente da cucina, aggiungere un po’ d’acqua e fare cuocere a fuoco medio. Quando le mele sono dorate, e molli a sufficienza, toglierle dal forno e metterle da parte. Intanto aspettate che nel teatro della vostra città abbia luogo una rappresentazione del Werther. La sera della prima munitevi delle vostre mele e noleggiate un palco sopra l’orchestra. Alla comparsa della cantate che interpreta Carlotta, prendete le vostre mele e tirategliele, mirando alla testa. Otterrete così una magnifica “Carlotta alle mele” che vi compenserà d’ogni fatica.
Nota dell’autore: come avranno notato i lettori più attenti, ho molto apprezzato e in parte ripreso l’interessante scritto del 2019 di Piero Meldini, Grillò abbragiato (e altri piatti improbabili).

