Al pane! Al pane! Abbasso la guerra!

Nel corso della storia la penuria di cibo è stata causa generatrice di moti popolari, iniziati come rimostranze nei confronti delle autorità e molto spesso poi sfociati in vere e proprie sommosse. Nelle manifestazioni e rivolte per le carenze alimentari un protagonista assoluto è stato quasi sempre il pane, cibo basilare nella sua essenzialità, la cui insufficienza era (ed è tutt’ora) il sintomo di gravi e profonde crisi economiche, politiche e sociali.

Nella Roma antica Cicerone racconta come nel 57 a.C., al tempo del primo triumvirato (Cesare, Pompeo, Crasso), la plebe assaltò il Senato a seguito di una grave carestia che impediva di procedere alla distribuzione del grano, così come disposto dalla lex frumentaria di Clodio. Circa un secolo dopo, nel 51 d.C., è l’imperatore Claudio a subire le conseguenze della penuria di grano, causata da un rigido inverno. Svetonio narra che l’imperatore fu fermato nel Foro da una folla inferocita che, dopo averlo insultato, lo bersagliò a colpi di tozzi di pane (fragminibus panis o, secondo altra versione, crustis panis).

Nel Medioevo i periodi di carestia, le gabelle da pagare sulla molitura del grano e sulla farina, gli aumenti del prezzo del pane portarono all’esasperazione le popolazioni europee, che in Francia, Inghilterra, Italia reagirono spesso con moti violenti, assaltando mulini e forni.

Il più celebre assalto al forno della letteratura italiana è quello raccontato da Manzoni ne I Promessi Sposi. Siamo dopo il Medioevo, nel 1628, e il forno è quello “delle grucce”, in Corsia de’ Servi a Milano. Vi si scaglia contro una folla carica di fame e di rabbia per il rincaro del costo del pane. Al grido di «Pane! Pane! Aprite! Aprite!», davanti a un basito Renzo Tramaglino, il forno viene saccheggiato e vandalizzato da una moltitudine di persone, che Manzoni ha seguito per strada fin dal suo primo formarsi in crocchi. Ci sono poveri e operai, vecchi e fanciulli, uomini e donne.

Le mansioni casalinghe che per secoli sono state a carico esclusivo delle donne (cura della casa, della famiglia e del focolare domestico; gestione dell’economia familiare; approvvigionamento del cibo e preparazione dei pasti) sono passate da una dimensione rigorosamente privata a una pubblica, nel momento in cui è stata messa in discussione proprio l’efficacia dell’operato femminile. In particolare, la mancanza di cibo e il suo costo talmente elevato da renderlo inaccessibile, con la consequenziale impossibilità di adempiere alla sufficiente alimentazione della famiglia, hanno spinto le donne a uscire dalle loro cucine e scendere in strada per protestare contro la fame, contro la scarsezza di quantità e anche di qualità degli alimenti. Si tratta in qualche modo di una forma di rivendicazione sindacale, rispetto a mansioni che non possono essere eseguite correttamente, a prescindere dalla diligenza messa in atto. A partire dal XVIII secolo, dunque, le donne diventano sempre di più protagoniste di moti per il cibo, simboleggiati dall’alimento per antonomasia, il pane appunto. Si assiste, così, a una presa di coscienza complessiva da parte di massaie e casalinghe, che travalica le mura della casa e che si contestualizza nei vari scenari sociali, economici e politici delle differenti epoche storiche.

Parigi, 5 ottobre 1789. Sono trascorsi ottantadue giorni dalla presa della Bastiglia e in città regna il malcontento a causa della grave carenza di pane e del suo costo alle stelle. Dal mercato in zona Faubourg Saint-Antoine alcune donne iniziano a riunirsi lamentando la situazione. In breve l’assembramento, alimentato dal suono delle campane, si sposta davanti all’Hotel de Ville e da qui, migliaia di donne, appartenenti a differenti gruppi sociali, decidono di muoversi insieme e di marciare alla volta di Versailles. Sotto una pioggia battente, scortate dalla Garde Nationale che simpatizzava per loro e legittimava il corteo con la sua presenza, le circa settemila donne, con a seguito qualche uomo, percorsero la ventina di chilometri che dividono la reggia di Versailles da Parigi. Le donne vogliono presentare le loro istanze direttamente all’autorità (la ricerca del confronto con le istituzioni in carica è un aspetto che, come si vedrà anche più avanti, caratterizza sempre come base di partenza i moti del cibo animati da donne); vogliono chiedere al re di calmierare i prezzi del grano, del pane e della carne, nonché di rientrare con la sua famiglia a Parigi per farsi garante delle misure economiche da adottare. Una stampa dell’epoca ritrae donne armate di picche e lance, ma anche di falci e rastrelli, che si muovono al ritmo scandito da una tamburina in prima fila e da una cavallerizza che guida il corteo. Potrebbe sembrare la rappresentazione di un esercito femminile, ma il titolo della stampa – Avant-garde des femmes allant à Versailles – non può avere un’interpretazione meramente militare, ma deve essere letto anche in termini culturali e politici. Nella stampa è, infatti, ritratta al centro anche una donna che sorregge una sorta di gonfalone, con in cima una bilancia e un berretto frigio. Questi simboli ci ricordano che, se è vero che con la marcia si voleva aprire una contrattazione sul prezzo del cibo, è altresì da considerare che il malcontento era alimentato, più che dalla fame in sé, dal senso di ingiustizia che pervadeva le classi popolari e la borghesia, nonché dalla volontà di porre il re di fronte al cambiamento in atto, facendogli finalmente riconoscere la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen. Quella del 5 ottobre 1789 non può, dunque, essere considerata come una mera marcia contro la crisi del pane, ma come una manifestazione moderna per la rivendicazione di un nuovo sistema politico ed economico. Arrivate a Versailles – dopo primi scontri con la guardia reale – una delegazione di sei donne viene ricevuta dal re, che alla fine capitola. Apre i magazzini, consentendo di portare in città derrate alimentari, pane e farina, e, infine, accetta di rientrare a Parigi. Il giorno dopo, 6 ottobre, è un altro corteo che lascia la corte di Versailles ed è ancora una volta una stampa a darcene memoria. La carrozza della famiglia reale è scortata da migliaia di persone, alcune sventolano in aria fronde di pioppo, il simbolo del popolo (peuplier in francese) e del terzo stato rivoluzionario, altre sorreggono picche con in cima pagnotte infilzate e altre ancora spingono un carro carico di sacchi di farina.

La marcia di Versailles può essere considerata come una prima manifestazione politica di tipo moderno, organizzata e gestita da donne, che hanno reso temi contingenti, come il costo o la carenza di cibo, bandiera di questioni economiche, sociali e politiche più generali.

Questo è altresì il caso delle tante agitazioni che hanno caratterizzato l’inizio del ventesimo secolo, anche in Italia.
Nei primi venti anni del Novecento sono state, infatti, numerose le manifestazioni in tutta la Penisola che, partendo dall’aumento dei prezzi del grano e del pane, hanno voluto esprimere l’insofferenza popolare per quel periodo storico particolarmente complesso, alla vigilia di una guerra mondiale. Il protagonismo femminile ha caratterizzato molti moti di protesta, che oggettivamente sono sempre iniziati con il tentativo di cercare un confronto con le autorità (i cortei, infatti, si muovevano alla volta dei municipi o delle prefetture). Si trattava di manifestazioni in origine di natura pacifica – sottolineata anche dalla presenza di bambini – accompagnate dalla musica di tamburelli e altri strumenti popolari. Tuttavia la mancanza di disponibilità da parte delle istituzioni e la negazione di una qualsiasi forma di risposta, anche per le istanze più pragmatiche come la calmierazione del costo di pane e farina, non hanno fatto altro che alimentare un clima di frustrazione e di insofferenza, seguito poi da un esacerbarsi degli animi e da moti violenti di rabbia. Uno degli episodi più drammatici è quello di Ginosa, in Puglia, dove circa duemila persone, prevalentemente donne, assaltarono un mulino. Era il 12 marzo 1915. Le forze dell’ordine spararono sulla folla, uccidendo una persona e arrestandone un centinaio.

In questo periodo, con la prospettiva sempre più concreta del conflitto mondiale, le agitazioni per la penuria di cibo si sposarono velocemente con la causa antibellica; e se prima dello scoppio del conflitto il protagonismo delle donne era stato comunque importante, successivamente all’entrata in guerra dell’Italia, l’organizzazione e la partecipazione alle manifestazioni – così come per gli scioperi nelle fabbriche – furono praticamente solo femminili (a parte qualche ragazzo e uomini inabili alla leva). Tra i tanti si ricordano i moti di Torino dell’agosto 1917. A raccontarli è una testimone diretta, Teresa Noce, che all’epoca aveva diciassette anni. Teresa con lucidità racconta che «in quel mese di agosto, se in fabbrica si crepava di caldo, in casa si moriva di fame». Le donne, finito il turno in fabbrica, dove sostituivano gli uomini arruolati per combattere, si mettevano in fila per ore davanti ai forni, con il rischio di trovare poi tutto finito. In quell’agosto la frustrazione sale, soprattutto quando si prende consapevolezza che diversi camion trasportavano il pane riservato all’esercito. La rivolta inizia il 22 agosto. Al grido di «Pane! Sciopero! Abbasso la guerra!» le donne scendono in strada per denunciare la carenza di cibo e manifestare contro la guerra. Pane e pace iniziano a comporre un binomio potentissimo. Viene dichiarato lo sciopero generale; si assaltano i forni e i camion che trasportano pane per i militari. In strada si erigono barricate e le donne si schierano in prima linea, nel tentativo di proteggere i pochi uomini rimasti da rappresaglie, come l’invio al fronte e il deferimento al tribunale militare. La repressione non tarda ad arrivare ed è durissima. Per sei giorni lungo le vie di Torino si susseguono scontri violentissimi con un esito drammatico: sessanta morti e oltre duecento feriti.

Se si eccettuano le raffigurazioni di Madonne, di dee e allegorie, non si può certo dire che a Roma – così come d’altra parte anche nel resto d’Italia – ci siano molti monumenti o lapidi alla memoria di storie o gesta di donne. Non sorprenda, però, se tra le poche commemorazioni dedicate a figure femminili due siano legate a vicende di mancanza di pane.

All’inizio del ponte dell’Industria – dai romani chiamato “ponte di ferro” – una stele, con un bassorilievo raffigurante dieci volti femminili, recita «In ricordo delle dieci donne uccise dai nazifascisti il 7 aprile 1944». La vicenda riguarda la fucilazione di dieci donne fermate dalle forze di occupazione per aver assaltato un forno, presso il quale c’era anche un deposito di pane per le truppe naziste. L’episodio per anni ricordato dalla memoria popolare è ora messo in discussione da alcuni ricercatori, in quanto le fonti storiche non sembrerebbero sufficienti per attestarlo. Sta di fatto, però, che la vicenda – se anche non fosse pienamente attendibile – si fonda, al pari dei canti e delle fiabe popolari, su realtà storiche dell’epoca e contribuisce a darne narrazione e memoria. A Roma, infatti, tra aprile e maggio del 1944 furono effettivamente registrati diversi casi di assalti a panetterie, soprattutto da parte di donne. Pochi giorni prima, infatti, il 26 marzo, il generale tedesco Malzer, comandante della città di Roma, aveva emesso un’ordinanza che riduceva a cento grammi la razione giornaliera di pane per i civili.

Fu vittima della medesima ordinanza Caterina Martinelli, che una lapide posta in via del Badile 16, nel quartiere romano Tiburtino III, ci ricorda essere stata uccisa il 2 maggio 1944, «durante un assalto al forno per cercare il pane per i suoi figli». E di figli Caterina ne aveva sei, una dei quali tenuta in braccio mentre veniva colpita a morte da una raffica di mitra sparata da un milite della PAI (Polizia Africa Italiana). Quando è caduta in terra, Caterina con un braccio stringeva la figlia e con l’altro una pagnotta di pane prelevata dal forno assaltato. Riusciamo a vederla, Caterina, insieme ad altre donne davanti alla panetteria, stremata dall’angoscia di non riuscire a dar da mangiare alla sua famiglia. Ce la immaginiamo con le movenze e la drammaticità del volto di Anna Magnani in Roma Città aperta. Per ricordare Caterina, dopo una sosta davanti alla sua lapide, si può proseguire poco oltre fino a via dell’Erpice e ammirare il murale (realizzato dall’artista Edoardo Ettorre), che la raffigura di spalle, proprio davanti alla porta del forno, tenendo in braccio la sua bambina. Quando nel 2024 il murale è stata inaugurato, l’ultima dei figli ancora in vita, ha inviato una lettera nella quale ha scritto: «non so se Caterina sia stata una martire o un’eroina. Fu senza dubbio una mamma coraggiosa che sarebbe soltanto voluta tornare a casa dai suoi figli con del pane per sfamarli».

 


Per approfondire:

Gabriele Rosso, Storia del pane. Un viaggio dall’Odissea alle guerre del XXI secolo, Il Saggiatore, 2024;

Jean-Pierre Devroey, Il re fornaio. Economia morale e politica del cibo nell’età di Luigi XIV (con uno sguardo a Carlo Magno), in “Cucina politica”, a cura di Massimo Montanari, Laterza, 2021;

Michela Baldini, Donne contro la guerra: le manifestazioni per la pace, Rivista di pedagogia generale e sociale, V.5 N. 1: MHMN, Giugno 2022;

Teresa Noce, Rivoluzionaria professionale, Red Star Press, 2024

Pina Sozio, Quando a Roma si assaltavano i forni per il pane: la rivolta delle donne nel 1944, www.gamberorosso.it, 22 aprile 2026.