La verità, vi prego, sul maritozzo romano

Diciamocelo, il maritozzo romano che occhieggia ammiccante dalle vetrine di pasticcerie e bar della Capitale, tronfio nel suo trionfo di panna montata, è un’invenzione piuttosto recente. Nel senso che la farcitura pannosa è stata introdotta cinquanta/sessanta anni fa, mentre prima era costume consumarlo in maniera differente. Ce lo testimonia Alberto Moravia, che in un racconto risalente al 1959 scrive: “mi mangiai un paio di maritozzi che la mattina avevo avuto l’avvertenza di ficcarmi in tasca”. Niente panna, dunque, e di Moravia, fine conoscitore del contesto romano qual era, c’è da fidarsi.   

Dunque, di cosa parliamo quando parliamo di maritozzo romano… tradizionale?

Dalle tre edizioni della Guida gastronomica d’Italia – edita dal Touring Club Italiano nel 1931, 1969 e 1984 – si individuano tre sue caratteristiche peculiari: si tratta innanzitutto di un panino di forma ovale e allungata; viene prodotto in forni e pasticcerie; è consumato in particolare durante il periodo di Quaresima. Da qui anche la ricorrente consuetudine di aggiungere a “romano” anche un altro aggettivo ora desueto: quaresimale. Ma su questo ci arriveremo tra poco.

L’edizione della guida Touring del 1969 contiene anche informazioni etimologiche e fa risalire il nome al dispregiativo romanesco della parola “marito”. Prima, però, di sposare un etimo di natura sprezzante, ci sarebbe da tenere conto dell’uso squisitamente romano di utilizzare i cosiddetti suffissi alterativi, che nulla hanno a che fare con atteggiamenti di spregio e che nella gastronomia danno vita a un tripudio di -arelli, -etta, -elle, -ozzi: tonnarelli, porchetta, puntarelle, maritozzi… Quindi, tutti d’accordo sul ricondurre “maritozzo” a “marito”, decisamente meno nell’accettare la storpiatura sprezzante.

La stessa edizione del Touring fa, inoltre, riferimento a “costumanze priapesche di tempi remoti” che prevedevano l’offerta del maritozzo da parte dei fidanzati alle proprie innamorate nel periodo della Quaresima. Di questa usanza ne parla l’istrionico Giggi Zanazzo nel suo Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma (1908) e quasi un secolo prima, nel 1815, anche Philippe Petit-Radel in Voyage historique, chorografique et philosophique dans les principales villes de l’Italie en 1811 et 1812, nel quale il medico francese addirittura individua in piazza San Pietro il luogo in cui avveniva l’omaggio. Sia Zanazzo che Radel, però, fanno riferimento a un costume del passato (come dice lo stesso Zanazzo, “una mucchia d’anni fa”), andato in disuso (“ormai nun s’ausa ppiù”), del quale tuttavia ancora non si è riusciti a trovare puntuali attestazioni.

In ogni caso, è unanime prendere atto che la forma allungata del maritozzo – “simile di figura alla spuola”, come già si leggeva in Raccolta di voci romane e marchigiane del 1768 – si è prestata ad allusioni falliche che ne hanno quindi determinato il nome e su questo Gioacchino Belli ha avuto l’ultima parola. Nel sonetto El padre de li santi (6 dicembre 1832), in una lunga elencazione di tutti i nomi con cui è possibile appellare l’organo sessuale maschile, il poeta romano recita:

“(…) Zeppa e batocco, cavola e tturaccio,

E maritozzo, e cannella, e ppipino,

E ssalame, e ssarciccia, e ssanguinaccio (…)”

Ed è sempre il Belli – cambiando stavolta registro – a ricordare come il maritozzo fosse un alimento centrale nel periodo quaresimale, in quanto riconducibile a un tipo di pane e come tale consumabile per rompere il digiuno prescritto nel periodo. Nel sonetto A Quaresima (4 aprile 1883) Belli rivendica il suo essere un buon cristiano, in quanto ogni giorno fa la spesa “der zanto maritozzo” e in una nota aggiunge che a Roma se ne fa “un gran consumo in quaresima, nel qual tempo di digiuno si veggono peri caffè mangiarne giorno e sera coloro che in pari ore nulla avrebbero mangiato in tutto il resto dell’anno”.

I maritozzi, dunque, recuperano l’eredità dei pani quaresimali, sovente arricchiti di zucchero, frutta secca e candita; cibi di cerniera e di continuità nel passaggio dal Carnevale alla Quaresima, alimenti nobili, contenenti un armonioso equilibrio dei differenti elementi, adatti a ogni persona, consentiti in ogni periodo dell’anno. Sintesi di questo è il meraviglioso quadro di Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima (1559), nel quale compaiono pani in entrambi gli schieramenti che si fronteggiano e, sullo sfondo, un panificio si colloca al centro della scena, come snodo di passaggio tra i due periodi dell’anno.

Nel 1488, in una lettera al poeta Pietro Cara, Ermolao Barbaro racconta il banchetto di nozze per il matrimonio di Gian Giacomo Trivulzio con Beatrice d’Avalos d’Aquino, durante il quale furono servite “focacce fatte di noci, mandorle e zucchero che volgarmente chiamiamo pani Marzi”, da non confondere con il marzapane.  Un secolo dopo, siamo nel 1570, Bartolomeo Scappi nella sua Opera descrive un pranzo organizzato a Trastevere dal Cardinale Campeggio Bolognese in onore dell’imperatore Carlo V. Era l’aprile 1536, in pieno periodo quaresimale, e tra le tante pietanze furono servite anche “focaccine fatte con l’olio di amandole dolci, zucchero, latte di pignoli”.

Un secolo dopo, il medico Paolo Zacchia, nel suo Il vitto quaresimale (1636), continua a menzionare tra i cibi prepasquali “schiacciate ò focacciette”, premurandosi di indicare ai suoi lettori di fare attenzione al grado di lievitazione, perché “quelle che lievite non sono, si fermano lungo tempo nello stomaco, dando molto da fare suo calore”.

In un bell’articolo di Luca Lorenzetti (2020) si individuano le prime attestazioni del maritozzo risalenti al 1600. Giuseppe Berneri, famoso per l’opera Meo Patacca, nel dramma morale L’onore perseguitato (1678), introduce questo dialogo tra l’Immodestia e lo Sproposito:

“Immodestia – Per non accrescere le mie mortificazioni ti prego à tacere

Sproposito – Et io per ubidire chiuderò i maritozzi de’ miei mal cotti, e grossolani co(n)cetti nel forno della mia bocca”.

Circa trent’anni prima, in Lo catanne di due accallà (1697), una commedia di autore anonimo e di ambientazione giudaico-romanesca, vengono menzionati i maritozzi. L’opera racconta di un uomo promesso sposo (catanne) contemporaneamente di due fidanzate (accallà). Una delle due ragazze, Stella, si rivolge a un ciambellaio ambulante milanese, Pedrolino, che evidentemente avulso dai costumi alimentari di Roma, non ha disponibilità di maritozzi:

“Stella – Haueti Maritozzi freschi, e boni? Ch’io ne vorrei comprar mezza dozzina.

Pedrolino – Non occor che di questo mi razoni perche non hò de bricca, oh mia Tosina.

Pedrolino – Un gnucco sarei, anzi un matto spacciato se non te li dessi, hauendoli mì; anzi vorrei esser trasformato, in maritozzo per da gusto a tì”.

Nel secolo successivo, è in ambienti dichiaratamente ostili ai Gesuiti che i maritozzi divengono uno dei motivi di attacco all’ordine fondato da Ignazio da Loyola. In un documento del 1751, Lettera di fra Guidone Zoccolante a frate Zaccaria gesuito, si accusano i Gesuiti di fare commercio anche di maritozzi:

“E’ cosa a tutti notissima, che in Roma i Gesuiti vendono d’ogni mercanzia, e fino la Quaresima ne’ venerdì di Marzo i Pani fatti con ramerino, e Uve passe, i quali chiamansi da’ Romani Maritozzi”.

La medesima accusa viene reiterata pochi anni dopo, nel 1758, nelle Riflessioni di un portoghese, che presentava le sue controdeduzioni al memoriale consegnato al papa Clemente XIII dal superiore dei Gesuiti nell’anno in cui l’ordine stava per essere bandito dal Portogallo. Il Portoghese in questione rinfacciava ai Gesuiti il mercato dei maritozzi e in un’appendice successiva alle medesime Riflessioni, datata 1760, ne quantificava l’entità per bocca del rettore del Seminario Romano:

“A dispetto degli invidiosi, se negli altri anni ho fatto vendere trentomila maritozzi, in quest’anno ne voglio far vendere trecento mila”.

Di certo la soppressione della Compagnia del Gesù, sancita il 21 luglio 1773 con l’approvazione di papa Clemente XIV, non è stata causata dal mercato dei maritozzi, che tuttavia – a quanto pare – hanno comunque fatto la loro parte.

Il diciannovesimo secolo è indubbiamente la belle époque dei maritozzi, in auge come non mai. Si susseguono ricettari che ne contengono la ricetta: Apicio Moderno di Francesco Leonardi (seconda edizione nel 1807); La nuovissima cucina economica di Vincenzo Agnoletti (1814); Codice gastrologico economico (1841); Cucina di Famiglia e Pasticceria di Adolfo Giaquinto (1899).

In questi volumi si distinguono i maritozzi “ordinarj” da quelli “fini glassati”, come li definisce Leonardi, e un secolo dopo Ada Boni li appellerà di “uso fornaio” e “fini di pasticceria”, fomentando la diatriba tra panettieri e pasticceri, e quindi destinando ai primi approssimative ricette a suon di cucchiaiate e pugni, e ai secondi procedimenti meticolosi e puntuali, esatti all’oncia o al grammo.

Infine, c’è da chiedersi quanti alimenti possano vantarsi di essere protagonisti di un poemetto. Il maritozzo sicuramente sì. Nell’opera del poetastro Adone Finardi, Li maritozzi che se anno la Quaresima a Roma (1851), vengono narrate le gesta del re Mari e del re Tozzi, che sono in guerra e schierano i loro eserciti rispettivamente capeggiati dai generali Passerina, Acqua, Forno, Legna e Fiore, e dai comandanti Zuccaro, Pignolo, Lievito e Zibibetto. Dopo vari scontri e pentimenti, i due re firmano una pace e in loro onore un “coco” crea i MariTozzi:

“Sui nomi de li Re e de li guerieri

più famosi che c’ereno, ‘sto coco

arivortò per bene i su’ pensieri

e inventone, a quer bionno, press’a poco,

 ‘na pasta che po’ varda rarità,

s’annò davero ar monno a immortalà.

Prese Fiore, Pignoli e Passerina

e Zuccaro e Cannito e Zibbibbetto,

Acqua e Levito e, in quanto a la cucina,

se servitte de Forno e Legno schietto;

impastò, cucinò e da Mari e Tozzi,

 je dette er nome, poi, de maritozzi”.

Che sia o meno un volontario inno alla pace, il poemetto di Finardi ci restituisce un monito ben preciso: mangiate i maritozzi, non fate la guerra.

 

Per approfondire:

Luca Lorenzetti, Maritozzo, in Lingua Nostra, Vol. LXXXI, Fasc. 1-2 Marzo-Giugno 2020, Le Lettere Firenze;

Paolo D’Achille, Andrea Viviani, Cucina romana in bocca italiana. Fortuna nazionale di termini gastronomici romaneschi, in Parole da gustare. Consuetudini alimentari e saperi linguistici. Atti del Convegno “Di mestiere faccio il linguista. Percorsi di ricerca”, Palermo-Castelbuono, 4-6 maggio 2006.